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sabato 30 aprile 2016

Studenti, braccianti, operai, il canestro non sorge più ad Est

Il 23 ottobre del 1956 è passato alla storia per essere stato il giorno in cui scoppiò la breve rivoluzione ungherese; rivoluzione che gli ungheresi un po’ fecero contro i loro compaesani, un po’ contro i sovietici. In quel tempo l’Ungheria era governata (con le cattive più che con le buone) da un governo comunista filo sovietico e la gente non è che se la passasse benissimo, soprattutto perché la nazione era reduce anche da una sanguinosa guerra mondiale, in cui era successo quello che era successo e dopo la quale, a distanza di una decina di anni, non è che si vivesse nel benessere come si poteva sperare. Fatto sta che verso le 15:00 di questo 23 ottobre, qualche abitante di Budapest, stanco di sentirsi represso dai propri politici, dai russi e dal destino, si riunì in una piazza di Pest e da lì si riverso’ in protesta per le strade, raccogliendo man mano consensi ma soprattutto raccogliendo sassi: per spaccare vetrine, demolire una enorme statua di Stalin e distruggere tutto quello che poteva anche vagamente sembrare sovietico.

E’ in quel giorno, come in quelli precedenti, che si ambienta il romanzo che ho letto “Sotto il culo della rana, in fondo a una miniera di carbone” di Tibor Fischer. Il libro narra delle avventure di Pataki e Gyuri, due amici tirati su durante la guerra mondiale, adolescenti tra difficoltà del post e quasi adulti in una Budapest isolata dal mondo e preda della polizia del partito, che tutto vedeva e tutti puniva (a casaccio e senza colpe). I poveri protagonisti ci provano in tutti i modi a vivere una vita normale: chi gioca a basket, chi esce con le ragazze, chi sogna di fuggire oltre confine, chi cerca in tutti i modi di evitare il servizio militare. Ma la realtà che li circonda è più forte e più amara di qualsiasi ambizione, anche quella di essere semplicemente liberi di scegliere il proprio destino. A Fischer faccio i complimenti per l’ironia e per alcune battute niente male anche se a volte, l’ordine dei capitoli non è chiaro: prima si racconta il passato, poi il futuro, poi un po’ meno passato, poi il presente e poi ancora il passato passato. Alcuni capitoli scorrono via piacevoli, in altri si fa fatica a capire di chi si sta parlando; se i protagonisti siano sempre Pataki e Gyuri o si parli del padre di uno, del nonno dell'altro, dello zio del cognato del cugino di un altro ancora. Comunque nel complesso, il libro è carino, si legge con piacere e si impara qualcosa sulla storia che non fa mai male.

Forse vi starete chiedendo il senso di questo titolo: sembra che sia un modo di dire
ungherese quando si vuol fare capire che ci si trova davvero in una brutta situazione, forse nella più brutta delle situazioni. Voglio dire, chi di noi sarebbe felice di trovarsi in una ridente miniera di carbone, oltre tutto sotto il sedere di una simpatica rana umidosa e scivolosa? Il titolo stesso è la vetrina di quello che sarà poi il romanzo: pervaso da un umorismo tagliente ma oggettivo, perfetto per raccontare un paese in cui la retorica comunista parlava di grandi progressi e speranze avverate ma dove la vita reale e quotidiana era invece ben diversa. Secondo me, il vero obiettivo del libro (che poi era l'esordio letterario di Ficher, quindi nessuno nasce imparato se proprio non vi piacerà), è quello di sdrammatizzare un evento e un periodo terribile del suo paese. Sdrammatizzare e forse ricordare quel periodo per quello che era: surreale. E quando quello che ci è intorno è surreale, quando tutto è una tragicommedia, quando ogni diritto aquisito diventa un peccato mortale, allora è giusto vivere la vita come viene, emozionarsi per piccole conquiste, inventarsi una squadra di basket per sfuggire al lavoro di fabbrica. Tutto è concesso, anche stappare una bottiglia di champagne, conservata per anni, il giorno della morte di Stalin. Avanti ragazzi di Buda, avanti ragazzi di Pest.

venerdì 10 aprile 2015

Caro Fedor ti scrivo, così mi distraggo un pò, e siccome sei morto e sepolto, la querela non temerò.

Alzo le mani, non ce la faccio più; hai vinto tu, Fedor. Ho aperto per la prima volta L'idiota di Fedor Dostoevskij circa due mesi fa e ad oggi, sono arrivato a pagina 400 su 600 ma non riesco proprio ad andare oltre. A mia parziale scusa posso dire, caro Fedor, che nel frattempo ho avuto tante altre cose da fare che stare a leggere il tuo famoso mattone: ho lavorato, ho nuotato, ho mangiato, ho perfino letto almeno un altro paio di libri. E tu eri sempre lì sul comodino, fedele, ad offrirmi quella tua decina di pagine ogni tanto, che ci mettevo venti minuti solo per ricordarmi quello che avevo letto prima ed immergermi di nuovo nella storia. Che poi caro Fedor, era partito così bene questo libro: non era la solita palla russa con centinaia di pagine di descrizioni di ambienti e personaggi, che ti strappa l'anima e ti sotterra vivo. No, la storia scorreva, i personaggi non erano centinaia di migliaia, ma pochi e raccontanti quasi nell'intimo. Addirittura ero riuscito ad affezionarmi al Principe, il protagonista, l'idiota appunto. Lui così candido ed onesto, così sempliciotto ma così affascinante nel suo essere sé stesso (e quanti cuori infranti di donne). 

Ma cavolo, mi davi speranza per qualche pagina e poi, ecco che ti perdevi in cene lunghe interi capitoli, in cui ogni personaggio doveva parlare e dire la sua e farlo su argomenti così noiosi, che non riuscivi proprio a trovare la forza per andare avanti. Ma come? Sei riuscito a farmi innamorare di San Pietroburgo senza ammorbarmi di descrizioni, e poi ti rovini raccontandomi le vite parallele di personaggi ultra secondari, che non si capisce se stai parlando di oggi, di ieri, di chi cavolo stai parlando, di quando hai cominciato a parlarne. L'idiota di Fedor Dostoevskij per me, si è chiuso a tre/quarti. Non so come finirà e forse, non lo saprò mai per tutta la mia vita. 

Ora, le opzioni che si aprono sono tre: o vado su Wikipedia e mi leggo la trama (rapido e indolore), o mi vedo su Youtube le sei ore di sceneggiato in bianco e nero estratto da qualche sperduto archivio Rai, oppure, ultimo ma non per importanza, me lo invento il finale. Sai che soddisfazione? Mi faccio rapire dalla fantasia e immagino il protagonista che si alza, ad una di quelle belle ed interminabili cene sulla terrazza della sua casa, e in mezzo a tutti gli invitati (che parlano ad alta voce e ognuno dice la sua sul nichilismo dilagante in quella Russia di metà ottocento), ecco, il Principe, si alza e grida “A regà, m'avete proprio rotto er cazzo, io vado a letto, l'ultimo che esce chiudesse la porta. E sempre forza Zenit”. Io me lo voglio ricordare così. Ciao Principe, e sempre viva la grande madre Russia.

martedì 14 maggio 2013

Sangue, neve e corna: vi presento il dottor Zivago


Quand’è stata l’ultima volta che avete letto un libro e poi, presi da irresistibile curiosità, siete andati a vedere il film che ne era stato ricavato? Non vi sforzate troppo, non mi interessa sapere di quale libro si trattava, mi interessa sapere che lo avete fatto. Perché lo avete fatto. E’ l’assioma del lettore. E allora alzate la mano e ditemi quante volte avete visto il film e siete stati presi da un senso di profonda delusione? Tante, troppe. Chissà, forse perché quell’attore non centrava nulla con l’immagine che voi avevate dato al protagonista, o forse perché nel film mancavano degli episodi che per voi, nel libro, assumevano un senso che non poteva essere omesso.
La prima ed unica volta (visto che non ho tendenze suicide) che ho letto “Il Dottor Zivago” di Boris Pasternak (До́ктор Жива́го, qualora leggeste il russo), ho provato anch’io l'irresistibile voglia di vedere il film, spinto dalla curiosità non solo di scoprire quali volti erano stati dati ai circa nove milioni di personaggi del libro, ma anche per capirci qualche cosa del libro stesso, visto che, delle settecento pagine che lo compongono, delle prime cento non c’avevo capito nulla (troppi personaggi in cerca d’autore). A dirla tutta, il film del Dottor Zivago, se avete prima letto il libro, è una delusione mostruosa e contiene tutte le caratteristiche negative suddette, soprattutto la malsana idea di non trasportare in pellicola interi capitoli del libro, che del libro, a mio avviso, ne sono l’essenza.
Partendo quindi dal presupposto che il film non va visto, il libro resta un vero e proprio capolavoro, non solo per la ricostruzione storico/romanzata di vent’anni di storia russa, ma per la maestria con la quale Pasternak descrive gli ambienti e i paesaggi dove i personaggi si muovono. La trama è semplice: Jurij Zivago, che da grande farà il medico (come il titolo suggerisce), nel frattempo che è piccolo viene adottato da una famiglia, famiglia nella quale c’è una bambina, Tonja, che anni dopo diventerà felicemente moglie di Zivago. Quando scoppia la Grande Guerra, Zivago, che intanto è diventato medico, va al fronte e lì incontra l’infermiera Lara, della quale, a sorpresa, s’innamora. La vita continua e Zivago torna dalla moglie mentre Lara sposa Pasa, un giovane rivoluzionario, bruciato dalla passione politica e dalla passione per lei. Peccato che però, quando Tonja va a Parigi per fuggire alla miseria, casualmente Zivago rincontri Lara e sempre casualmente riscoppi la passione, alla faccia della moglie in pensiero a Parigi e del rivoluzionario di belle speranze. Tra gelo siberiano e lupi affamati, non svelo il finale ma chiudo raccontando un piccolo aneddoto.
Il Dottor Zivago” fu scritto in russo ma venne pubblicato per la prima volta in italiano, da Feltrinelli, nel 1957. Pasternak,vista la traccia del romanzo palesemente contro la rivoluzione comunista, non poté pubblicare in patria, e riuscì a spedire il manoscritto a Feltrinelli, che ne intuì il potenziale e che lo pubblicò immediatamente (nonostante il partito comunista italiano avesse storto il naso). Il libro fu un successo e l’anno successivo Pasternak vinse il Nobel per la letteratura. Dovette però scegliere. Andare a ritirare il premio avrebbe significato gloria ma anche non poter più rientrare in patria, dalla quale sarebbe stato esiliato. Pasternak scelse di restare in Russia e dopo soli due anni morì, tra l’indifferenza del governo sovietico e la sileziosa ammirazione del resto del mondo.