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mercoledì 4 gennaio 2017

Vi racconto di un libro brutto ma così brutto ma così brutto, che se ve lo consiglia qualcuno, sappiate che quel qualcuno vi odia segretamente.

Quante volte ho scritto su questo blog di libri che ho visto per anni in libreria e ho sempre desiderato leggere? Un pò perché sono povero, un pò perché sono tirchio, un pò perché non si possono comprare cento libri al mese, ci sono libri che sfioro sempre da Feltrinelli o da Arion ma che non prendo mai. Uno di questi era "Un giorno questo dolore ti sarà utile" di Peter Cameron. Alla fine non ho resistito e l'ho preso (ovviamente al Mercatino dell'usato), così mi sono tolto la soddisfazione di leggerlo e di placare quella mia brama che mi aveva accecato e convinto che dietro quella copertina ci fosse certamente un capovaloro. Ahi, come mi sbagliavo. Non so se Cameron sia un genio della letteratura e io abbia preso un abbaglio ma se qualcuno mi avesse detto che questo libro era un opera prima di uno scrittore sfigato, ci avrei creduto senz'altro. Intendiamoci, non è che sia scritto male o che non sia un libro che si faccia leggere ma è davvero senza senso. O meglio, lo avrei potuto scrivere anche io, se solo fossi uno scrittore.

La trama è la seguente: c'è un ragazzino viziato di New York che ha appena finito il liceo e non vuole andare all'università. In realtà non vuole nemmeno lavorare e non si sa bene cosa voglia fare nella vita. Forse non vuole fare niente, forse vuole andare a vivere da solo in una casa sperduta in qualche stato centrale d'America, forse vuole innamorarsi di un uomo, forse vuole essere vecchio come l'adorata nonna e fare un salto dai 18 direttamente ai 60 anni. Certamente nella mia valutazione, influisce anche il fatto che il ragazzino sia odioso e che andrebbe preso a calci dalla prima all'ultima pagina, possibilmente anche nel sommario e nei ringraziamenti (che non ricordo se ci siano o meno, ma in effetti chi ti vuoi ringraziare dopo sto romanzetto).

Allora la questione qual è? Vale la pena leggere un libro che scrivereste anche voi? Vale la pena passare una mezza giornata (perché quello il tempo che ci vuole) a leggere la storia di un ragazzino che prendereste a bastonate in faccia dalla prima all'ultima riga? Fate un pò voi, che vi devo dire? Io avverto soltanto, di più non posso fare. La prossima volta che andrete in libreria e troverete quella copertina con quel ragazzetto che salta sul corrimano di una scala, sappiate che è quel ragazzino viziato. Sappiate che vorrete picchiarlo selvaggiamente e sappiate che il sor Cameron secondo me ha scritto sto libro tanto per scriverlo e probabilmente glielo hanno pubblicato perché era raccomandato. Beato lui.

martedì 16 settembre 2014

Buon uomo, può passarmi quell'Italo Calvino per cortesia?



Leggo “Storie di ordinaria follia” di Charles Bukowski e ad un certo punto appare un nome: Chinaski. Dove l’ho già sentito sto nome, mi domando. Chinaski, Chinaski. Aspetta, era qualcosa del tipo: Mr Chinaski. Ecco si. Mr Chinaski, Mr Chinaski. Ma certo. My name is Tanino. Quando Tanino arriva negli Stati Uniti, tra le prime persone che va a cercare, oltre ad una bella americanina conosciuta in Sicilia, c’è proprio questo Chinaski. Nel film è un vecchio regista sgangherato, che muore tra l’altro, la stessa notte che conosce Tanino. Quindi ho appena scoperto che nel film c’è un omaggio velato a Bukowski. Ed io che pensavo di sapere tutto di quel film. Che capolavoro ragazzi. Guardatelo e zitti. 



Continuo a leggere Bukowski e mi viene il dubbio che nella vita abbia sbagliato totalmente modo di vedere le cose. Sono dell’idea che quando un autore è famoso e letto da tutti, io automaticamente non lo debba leggere, perché nella mia visione del mondo voglio ergermi ad alternativo della letteratura e dedicarmi a letture che non siano di moda (ma che spesso son pallose!). Allora Dio benedica chi me lo ha prestato questo “Storie di ordinaria follia” e m’ha detto semplicemente: leggi e zitto. Mi ha permesso di capire quanto mi sbagliassi sull’idea che se un autore lo leggon tutti, allora deve far schifo ed essere commerciale. 

In questo libro, nel dettaglio, ci sono una serie di storielle, dalle cinque alle venti paginette, dove il tema è sempre lo stesso: il sesso. Ma è un sesso divertente, che non esalta i protagonisti per la loro virilità, ma li deride per il loro essere semplicemente esseri umani. Non c’è storia poi, in cui il protagonista o le comparse, non si scolino litri di alcool, possibilmente birra. E vi posso assicurare che si parla talmente tanto di birra e whisky che uno alla fine si convince ad alzarsi dal divano e andarsi ad aprire davvero una birra. Altro che pubblicità subliminale. Molte delle storie, si dice, siano state ispirate da esperienze reali vissute da Bukowski, altre dico io, molto probabilmente sono frutto di racconti da bar, fatto sta che il tutto è terribilmente piacevole e che un enorme applauso va fatto a chi questo libro l’ha tradotto in italiano, perché si riesce ad avere comunque una minima idea di come deve suonare in originale, nello slang più slang possibile dell’inglese americano da bettole.

Non so se mi succederà come con Douglas Adams o Bruce Chatwin, per cui dopo aver letto un libro ho voluto leggere tutti gli altri, ma se anche fosse, mi sembra che questo Bukowski valga la pena di essere approfondito, quanto meno per passare piacevolmente il tempo quando si è sotto l’ombrellone, anche se siamo quasi in Ottobre. D’altronde, come si dice, solo gli stupidi non cambiano idea. Ed io sulla storia della letteratura alternativa, stupido fui. Ora posso mettermi il cuore in pace ed aprire finalmente Calvino, che non ho mai voluto leggere perché tutti adoravano. Poi passerò a Federico Moccia. Ma lì secondo me, saranno cazzi. Io e te, tre metri sopra Tanino.

giovedì 16 gennaio 2014

I want to be a part of it

Ho letto la biografia di Agassi quasi per caso. Nell’introduzione, il tennista ringraziava un certo J.R. Moehringer per averlo aiutato a scrivere il libro e gli confessava che il suo di libro (quello di J.R.) lo aveva commosso talmente tanto, da spingerlo a chiedere proprio a lui l’aiuto per la biografia a quattro mani. Non capita tutti i giorni di leggere una dichiarazione d’amore del genere, tant’è che, la prima volta che ho visto il libro di Moehringer tra i ripiani di Feltrinelli, ho deciso che dovevo leggerlo. “I bar delle grandi speranze”, questo è il titolo, è a sua volta la biografia dell’autore (il suddetto J.R.), né più né meno come quella di Agassi, con l’unica differenza che il secondo giocava a tennis mentre il primo era un alcolista e scrittore fallito. Sul retro della copertina, nell’edizione della Piemme, è citata una frase di Alessandro Baricco (non proprio l’ultimo arrivato): “J.R. Moehringer, obbiettivamente, è di una bravura mostruosa”. Mai giudizio fu più azzeccato. “Il bar delle grandi speranze” è un libro delizioso, ma più del libro in sé, con la trama, è deliziosa la scrittura di J.R. , il flusso di pensieri che trapianta al sé stesso protagonista e quasi cinquecento pagine che volano via come un niente, come via, volano quasi vent’anni di vita raccontata tra le righe. 

Il libro è come un immenso oceano, in cui parole e nomi e immagini e suoni, si susseguono armoniche, e armonico è l’autore che capitano della sua nave, solca le acque e ci guida leggeri attraverso la storia, senza che una pagina, neanche una singola pagina, risulti al posto sbagliato, susciti perplessità o noia. Ma quello che più di tutti affascina, è che nel libro, ci sono decine di personaggi, tutti descritti con cura ma mai né troppo ingombranti né troppo marginali. Decine di nomi ma nessuno che si possa dimenticare la pagina successiva, perché ognuno ha un’anima e J.R è bravo a dargli anche un corpo e a non farlo disperdere nel limbo degli eventi. 


Se penso a quanti capolavori della letteratura russa siano farciti di decine di nomi e personaggi che si perdono nel vuoto dopo poche righe: quanti sforzi per cercare di imparare i nomi e immaginare nella mente il profilo di un qualsivoglia maresciallo, che dopo due battute cambia strada e mai più rincontra quella del protagonista. “Il bar delle grandi speranze”, la cui trama non ho alcuna intenzione di svelare, potrebbe coinvolgervi per un mese, letto a piccoli morsi, o per due giorni, divorato nell’impeto di una curiosità che ti spinge avidamente a voltare pagina e cominciare un nuovo capitolo. Anche se ti si chiudono gli occhi, anche se domani devi alzarti presto, anche se vorresti gustarlo con più calma, anche se vorresti fermarti a pensare alle similitudini della tua vita e quella di J.R. , perso, come te, nell’analisi dei suoi limiti e dei suoi piccoli successi personali. C’est la vie.