Visualizzazione post con etichetta roma. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta roma. Mostra tutti i post

domenica 3 giugno 2018

Cammina, cammina, cammina, cammina, cammina, cammina. Stop.


C’è chi prenderebbe la macchina anche per andare al bar sotto casa e chi a piedi, farebbe il giro del mondo. C’è chi prende sempre l’autostrada perché si fa prima e chi preferisce le stradine di campagna perché ogni volta si scopre qualcosa di nuovo. Poi ci sono io che sono una via di mezzo: abito in un posto dove devo per forza prendere la macchina per fare la spesa ma dove a piedi, potrei fare chilometri di spiaggia, tra case abusive e affascinanti alberi scheletrici piegati dal vento.
Poi c’è chi, come Paolo Rumiz, ha provato a farci capire che camminare è la cosa più bella del mondo e che il mondo, appunto, lo conosceremmo molto meglio se invece di vederlo sempre dal finestrino di una macchina, lo attraversassimo con uno zaino e con scarpe comode. Paolo Rumiz è un giornalista con la passione per la scoperta e per le passeggiate e si è messo in testa, a un certo punto, di farsi a piedi la Via Appia. Ma non la via Appia moderna bensì quella antica: la prima strada d’Europa, la Regina Viarium.

E l’ha fatto, mortacci sua (detto con simpatia). E’ partito da Roma, zona Porta Capena ed è arrivato a Brindisi, attraversando fossi, boschi, recinti, campi arsi dal sole, montagne, paesi, discariche, pur di arrivare alla fine della via e farsi un meritato bagno nell’Adriatico. Perché dovete assolutamente leggervi questo libro? I motivi sono molti, il primo che mi viene in mente però è che fa venire una voglia irrefrenabile di camminare. Voi ce l’avete mai una voglia irrefrenabile di camminare? Io sinceramente si, ma quasi mai riesco a sfogarla. Forse perché alla fine, non saprei dove andare di preciso. Cosa racconta in più questo libro? Racconta la storia di una via, la Via con l’iniziale maiuscola, ma non parla di come sia stata costruita bensì di come è conservata oggi, cioè male. Rumiz fa una scelta coraggiosa: vuole percorrere la via nel suo tratto originale e fino a Capua tutto sommato ci riesce. Poi arrivano le montagne: Benevento, la provincia di Avellino, le ultime curve prima di arrivare in Puglia, dove tutto è pianura e il caldo è cocente. Ed è proprio in Puglia che Rumiz si rende conto che l’Appia è più disastrata, anzi non esiste proprio più. Fa impressione ad un certo punto, il fatto che l’Appia antica non possa più essere percorsa perché finisce dentro l’Ilva di Taranto! 

Ma il libro non è solo questo: è anche un caleidoscopio di colori, di odori, di sapori. E’ la vita che pervade tutte le cittadine attraversate e le persone, spesso archeologi, che l’autore ha incontro e che gli hanno permesso di scoprire angoli nascosti, che spesso nemmeno chi ci abita di fronte conosce. Non avete idea di quanta voglia mi sia venuta di camminare e di mangiare e di ascoltare e di esplorare. Sarà perché Rumiz ti fa venire voglia o sarà soprattutto perché è appena iniziato giugno e l’estate bussa prepotentemente alle porte del cuore. Tutte le strade portano a Roma: torniamo a percorrerle a piedi, queste meravigliose strade. 

martedì 22 agosto 2017

Lo sapevate che a Roma Nord, c'è una via dedicata al padre di Piero Angela?

Sto leggendo "La casa in collina" di Cesare Pavese e la prima parte si svolge a Torino, durante i diversi bombardamenti che la città subì nella Seconda Guerra Mondiale. In quella città, sotto quei bombardamenti (che Pavese però osservava dalla sua collina), c'era anche un ragazzino, destinato a diventare uno dei volti più amati della TV italiana: Piero Angela. Ovviamente Pavese non sapeva chi fosse questo giovanissimo Piero Angela né Piero poteva immaginare che Pavese se ne stesse a bighellonare nei boschi mentre Torino bruciava, ma è comunque un bel gioco quello di immaginare gli incroci incredibili di vite in apparenza così distanti.


Lo avrete capito ormai, non ho saputo né voluto resistere: mi sono fatto regalare la biografia di Angela "Il mio lungo viaggio: 90 anni di storie vissute". Piero Angela è decisamente un modello, un mito, un punto di riferimento per generazioni di italiani, che grazie a lui hanno capito una cosa importantissima: imparare può non essere una cosa noiosa! Angela a dire il vero, da quello che racconta, non era molto convinto di scrivere una sua biografia. Non voleva apparire autoreferenziale né annoiare il lettore con episodi troppi personali. Alla fine qualcuno, fortunamentamente, lo ha convinto e così noi possiamo leggere della sua vita, in quella Torino borbardata, in quella infanzia borghese e privilegiata, ma nella quale è cresciuto comunque con tante privazioni dovute alla Guerra, privazioni che probabilmente formeranno il suo carattere (in positivo) per tutta la vita. Angela racconta poi mille altre storie, non solo quella di come nacque Quark e SuperQuark. Racconta del suo entusiasmo per l'unione Europea, del suo rammarico per il nostro meraviglioso patromonio artistico non valorizzato, della sua vita a Parigi e in Belgio, con cieli bassi e nuvolosi ma grandi soddisfazioni lavorative.

Non c'è niente che possa essere definito gossip, ma solo riflessioni, pensieri, speranze. Leggere la biografia di Piero Angela significa leggere una lettera aperta che un nonno scrive a milioni di nipoti, in cui non c'è nulla di nostalgico per il passato ma solo un grande messaggio di speranza per il futuro.
Non che Angela regali solo baci e abbracci, sia chiaro. E' lucido quando condanna comportamenti e atteggiamenti negativi di noi italiani, ma allo stesso tempo se si arrabbia, lo fa perché crede fortemente in un possibile cambiamento, che non può partire solo dalla politica ma che deve nascere da ogni singolo. Se c'è una cosa che mi ha lasciato questo libro è il rafforzarsi della stima e del rispetto verso Angela e il suo lavoro. E non mi viene nemmeno una battuta spiritosa con cui chiudere il post perché adesso sinceramente, avrei solo voglia di mollare tutto e iscrivermi ad Archeologia. Magari se rinasco.
 

giovedì 14 gennaio 2016

Metti una sera, a cena, a Trigoria.

29 anni nella stessa casa e decine di libri a tua disposizione, esposti in bella mostra in libreria. Non li hai comprati tu, provengono da ere passate, quando tu ancora non esistevi e i tuoi genitori compravano libri per il piacere di leggerli e in più, con il piacere di riempire librerie, in una casa nuova di zecca e da battezzare con un pò di cultura anni 80. Quei libri cominci a leggerli, a 13 anni o giù di lì, ne leggi uno due tre, li leggi praticamente tutti. Praticamente. Perché ci sono quelli che proprio non ti ispirano, quelli che magari hai cominciato decine di volte ma che hai sempre mollato dopo poche pagine. L'ombra delle colline di Giovanni Arpino è uno di quei libri. 29 anni e poi altri 2, e stavolta torni a cena come "ospite" e ti presenti con largo anticipo, quindi ti metti in poltrona e non volendo vedere la Tv, opti per accendere un libro. Ecco di nuovo tra le mani l'ombra delle colline.

Cominci a leggere e riesci finalmente a superare quelle pagine iniziali che non ti ispiravano ed ecco che il libro addirittura di intriga, ti coinvolge. Te lo porti a casa e lo leggi con calma. C'è tempo per riportarlo. Hai visto mai fosse un bel libro. Poi, tanto perché adesso ci sono gli smartphone e le informazioni ce le hai a portata di mano, scopri che questo libro è il simpatico Premio Strega del 1964. Me cojoni. Adesso ho capito perché mi piaceva! Qui lo dico e qui lo nego: ho letto diversi Premi Strega e mi sono quasi tutti piaciuti, ergo, il Premio sarà truccato, sarà preda degli sponsor, sarà da raccomandati, sarà quello che vi pare, ma chi lo vince vuol dire che ha scritto un bel libro. Chapeau! Di cosa parla questo? Ci sono due storie parallele: quella del protagonista da ragazzo e quella del protagonista adulto. Il primo è un giovane partigiano del cuneese, libero e pieno di speranze. Il secondo è un ultratrentenne piemontese che vive a Roma e che si accontenta di un tranquillo lavoro d'ufficio, insomma, un borghesuccio. Il primo è un bambino cresciuto sotto il fascimo e la guerra, che vive la resistenza da adolescente e ne vuole essere protagonista. Il secondo, è un ragazzo che ha raggiunto una stabilità, almeno per chi lo vedesse da fuori, ma dentro è inquieto, infelice, incapace di sentirsi realizzato.

Sarà un viaggio a farlo scuotere, forse per sempre, un viaggio verso casa, verso il Piemonte. Un viaggio in compagnia di una donna che rappresenta il suo alterego femminile: insoddisfatta anche lei, preda di un passato triste, di un presente amorfo e di un futuro incerto. Questo viaggio e forse questa compagnia, aiuterà il protagonista a realizzare che la vita è troppo breve, per inseguire una felicità di cartone e rinunciare a quello che ti dice l'istinto e il calore del sangue. Non sappiamo cosa accadrà dopo ma capiamo da questo, che lo scrittore ha voluto dare una speranza al suo personaggio e questo basta per renderceli simpatici entrambi. Detto questo, sono sempre più convinto che il Piemonte sia una terra da scoprire. Me lo devo segnare nella lista dei viaggi da fare, rigorosamente con uno zaino pieno di libri. Torino è stata e resterà granata.

giovedì 23 ottobre 2014

Un dì, s’io non andrò sempre fuggendo di mercatino dell’usato in mercatino dell’usato


E’ un po’ che non leggo un bel libro, principalmente perché non ho tempo e secondariamente perché quando ho tempo, preferisco fare altro, tipo relazionarmi con il gentil sesso. Non leggendo libri dunque, non scrivo più articoli e la cosa devo dire mi dispiace, forse molto di più del fatto in sé di non leggere. Ecco perché ho deciso di buttar giù queste righe, primo per farmi “sentire” dopo qualche mese, poi per stimolare la mente, hai visto mai tornasse l’ispirazione per la lettura (senza che se ne vada, si spera, quella per il suddetto gentil sesso). In effetti un libro lo avrei anche letto recentemente, ma contrariamente a quanto faccio di solito, mi sono buttato sulla saggistica piuttosto che sui romanzi.

Andiamo per ordine. A Mostacciano, ridente quartiere periferico di Roma sud sud sud, c’è un mercatino dell’usato che da quel che so dovrebbe essere una specie di franchising sparso per lo Stivale. Questo mercatino (che poi è enorme ed è al coperto), ha il pregio di avere un sacco di bellissimi oggetti di antiquariato in legno (che io amo anche se non saprei dove mettere), vinili (che io amo e quelli so dove metterli) e libri usati (che io amo sia perché so dove metterli sia per il prezzo irrisorio). Quando non ho nulla da fare e la Stella Cometa nel cielo mi porta in pellegrinaggio a Mostacciano, faccio sempre un salto al mercatino e compro qualche libro, anche se so che non lo leggerò mai. Tanto costano poco (dovrei scrivere un post su quanti libri ho comprato e sono anni che aspettano che io li legga). L’ultima volta ho comprato un libro sulla numerologia, antica scienza (se scienza vogliamo chiamarla, anzi, chiamiamola disciplina) che studia i numeri, o meglio la funzione magica dei numeri. Il fatto che non riesca nemmeno a spiegare cosa sia la numerologia dovrebbe di per se farvi capire quanto questo libro mi abbia aperto la mente, ma a dire il vero il libro mi è piaciuto, proprio perché lo scopo dell’autore (un tale che insegna Shakespeare nelle università americane ma che nel tempo libero studia l’occultismo), non era quello di scrivere un trattato di numerologia, bensì dare un’alternativa gratuita al lettore, per auto-predirsi il futuro con i numeri. 

Partendo dal presupposto che per la numerologia i numeri da prendere in considerazione sono solo dall’1 al 9 (e occhio che il 9 porta pure sfiga a quanto dire) ho scoperto, in base al nome e alla data di nascita, che il numero del mio destino è il 2, mentre quello che guida il mio cammino attraverso questa vita è il 5. Vi chiederete che cosa possa interessare me e soprattutto voi, tutto questo. Nulla, appunto. Però il libro è scorrevole e tutto sommato divertente, cosa che non mi aspetterei certo da un saggio. Considerando poi che non sapevo nulla dell’argomento, non può che avermi insegnato qualcosa, da usare in un futuro come vorrò, magari vincendo dei soldi a “chi vuol essere milionario” con una bella domandona sulla numerologia (a proposito, lo fanno ancora il programma?).

La morale di questo post, iniziato come esercizio di stile per tenermi in forma con la scrittura, è in fondo quella di invitarvi, ogni tanto, a leggere qualcosa che non avreste mai pensato di leggere nella vostra vita. Probabilmente non vi cambierà la giornata né sicuramente vi spingerà a licenziarvi e a buttarvi sulla lettura dei tarocchi a Via del Corso, ma certamente vi lascerà un qualcosa e comunque, potrà sempre rivelarsi un argomento utile da tirar fuori in discoteca, quando a l’ennesimo rifiuto della polacca in trasferta a Roma, giocherete la vostra ultima carta chiedendo: “Qual è il tuo numero del sentiero?”. Non rimedierete un bacio, ma se il suo numero sarà 9, almeno saprete che la tipa avrà una vita piuttosto sfortuna. Tiè, pija e porta a Varsavia.