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domenica 14 gennaio 2018

Un romanzo stranissimo dove c'è anche una bambina che dice al protagonista che è morto ma il protagonista non è morto ma forse alla fine il protagonista è morto (quanto meno spiritualmente). Oppure è proprio la società che è morta. Vai a capire.

Nella biblioteca di Spinaceto, tra le centinaia di romanzi di autori italiani, ci sono anche tutti i vincitori del Premio Strega. E' facile individuarli perché sono stati tutti ripubblicati dalla UTET e i libri si trovano in una bella versione con copertina rigida e colori diversi a seconda del decennio di uscita. Ne ho letti parecchi, proprio perché incuriosito dal fatto che si trattassero di Premio Strega e devo dire che difficilmente sono rimasto deluso (anche se non ho letto nulla pubblicato dopo il 2000). L'ultimo libro preso è stato "Le stelle fredde" di Guido Piovene, Premio Strega del 1970. Se devo dirvi subito si o no, ovvero se volete sapere a caldo qual è stata l'impressione, be', a malincuore dico "no". No, perché la storia è difficile da interpretare a meno che non si legga il pensiero dell'autore (però a fine libro, per non rovinarsi il gusto). Dico no perché spesso alcuni personaggi del romanzo non si capisce bene che scopo abbiano e in generale, cosa accidenti giri nella testa del protagonista, che parla parla parla per tutto il romanzo ma non è chiaro se sia psicopatico, malato o abbia semplicemente un male di vivere alla Montale.

Però insomma, se alle Stelle Fredde è stato assegnato sto Premio ci sarà anche un motivo. In fondo io non sono un critico e probabilemente non ho colto il sottile vero significato nascosto sotto le parole, che invece ha fatto innamorare chi lo ha votato. Lo ammetto candidamente: qualsiasi cosa ci sia dietro questo romanzo, non l'ho capita! O meglio, ho capito cosa ha scritto Piovene ma non ho capito il senso del romanzo: se sia una critica all'uomo, alla società, all'universo o a Dio. Non ho capito con chi ce l'ha sto Piovene! Però devo anche ammettere che qualche spunto interessante c'è.

Ora, senza raccontarvi troppo, vi dico che c'è una scena in cui Dostoevskij resuscita e sbuca fuori da un albero abbattuto. E poi Dostoevsij racconta cosa c'è dall'altra parte (sotto terra) e dice che tutti noi da morti non facciamo altro che camminare e camminare e siamo in un mondo che è simile a quello in Terra
ma un pò più giallo e ci sono quelli che camminano e basta e quelli che hanno fede in Dio e che camminano e in più fanno sapere a tutti che hanno fede in Dio. Solo che c'è un problema, cioè che queste anime (che non sono anime perché sono ancora mezzi corpi sbiaditi) ogni tanto evaporano e scompaiono e quindi gli stessi morti si ritrovano a farsi domande come quando erano vivi: muoriamo nel dubbio di sapere cosa ci sarà dopo e quando ci rendiamo conto che poi c'è effettivamente qualcosa, stiamo da capo a docidi perché anche nell'aldilà c'è una sorta di seconda morte che non si sa dove ci porti. Affascinante caro Piovene, alzo le mani e dico che è proprio una bella teoria.


Ma continuo a non capire se questo tuo libro sia un manifesto contro qualcosa o sia solo una storia e basta. E continuo a non capire come si possa dare un Premio Strega a un libro che secondo me, scusa se te lo scrivo Piove', il 99% delle persone che lo leggerà, non lo capirà.
Voi fatemi sapere. Vi auguro di essere quell'1%.

sabato 1 novembre 2014

Avete presente quelli che la mattina presto cercano cose di valore perse sulla spiaggia? Chi dorme non piglia Rolex.

Ho sempre diffidato delle classifiche dei libri più venduti, o peggio ancora, dei “dieci libri consigliati” in una libreria. E’ vero che un libro è un libro, che basta leggere che si impara comunque qualcosa, ma un conto è leggere quello che ci piace, un conto è leggere quello che ci viene imposto. Se ci pensate, tutti noi durante la vita, leggiamo più o meno gli stessi libri; da quando a scuola ci impongono i soliti romanzi da almeno quarant’anni, a quando in una libreria, chiediamo un consiglio su un libro da regalare e ci vengono proposti sempre tre/quattro nomi degli autori di moda in quel momento. Ripeto, non è che sia sbagliato di base, ma a me non piace l’idea che ci debba essere qualcuno che decida per me, cosa è un "capo-lavoravo della letteratura" e cosa no. Ecco perché ogni tanto vado in biblioteca e mi trasformo in rabdomante, che tra le migliaia di libri impilati in freddi ripiani di alluminio, cerca quel volume che lo attiri, che gli chieda semplicemente: “Scegli me, leggimi”. Attenzione, è importante scegliere la biblioteca e non la libreria, sempre per il principio che in libreria tenderemmo a scegliere un libro che viene messo in prima fila da altri, non dal caso, come in una biblioteca (che al massimo usa come guida l’ordine alfabetico). 


Ed eccomi finalmente al motivo di questo post: l’elogio smodato de “L’Isola delle femmine” di Domenico Campana, giunto tra le mie mani proprio dopo qualche minuto di riflessione tra i piccoli corridoi della biblioteca che frequento. Che bella la copertina. Intrigante anche il titolo. Speriamo che mi colpisca anche la sinossi e stiamo a posto. Allora: “Primi anni del Regno d’Italia. Il questore di Palermo viene trovato morto in una casa di piacere. Un semplice incidente? Il delegato di polizia giunto da Roma non la pensa così (...)”. Perfetto! E’ un giallo e quindi mi incuriosisce; c’è un po’ di storia d’Italia e quindi un punto in più; ambientato in una città che non conosco quindi voglia di scoprirla; e infine il protagonista è pure romano. Sei mio. E così è stato. 

Solo leggendolo ho poi scoperto che il libro è appassionante davvero. Scritto in un italiano molto elegante e quasi più vicino ad un saggio sullo spirito umano che ad un racconto giallo. Diciamo subito che l’assassino si scopre a metà libro, ma questo non rende l’altra metà noiosa anzi, è tutto un susseguirsi di nuove scatole cinesi che si aprono ed esami di coscienza del suddetto romano, che alla fine scoprirà di essere ormai troppo legato a quella città (Palermo), per poter pensare di vivere altrove. 

Eccovi dunque un consiglio riassuntivo: ogni tanto, leggete o comprate un libro che nessuno ha letto, che nessuno vi consiglia e del quale, come in questo caso, l’autore non ha nemmeno una pagina bibliografica su Wikipedia (bleah, che sfigato!). Non è detto che vi dica sempre bene ovvio, mica tutti i libri che nessuno legge devono essere per forza capolavori, ma in fondo, tra l’ennesimo libro di Volo, Camilleri, Manfredi ecc... (che mica sto a di' che so pippe è, magara venderebbe come loro), se per una volta leggeste qualche sconosciuto, rischierete solo di restare piacevolmente sorpresi. Montalbano sono.