Un giorno andai a pranzo con un americano che lavorava vicino al mio ufficio. Sono assolutamente certo che ci trovassimo simpatici a vicenda (almeno a me lui stava simpatico) e che il trucco per mantenere viva e costante questa simpatia, fosse il fatto che non eravamo in grado di capirci. Io tentavo di parlargli in un inglese da prima elementare mentre lui rispondeva nel suo meraviglioso italiano fatto di verbi all'infinito e di zero sostantivi. In questo pranzo fatto più di cibo che di grandi discorsi scientifici, riuscii a chiedergli quale fosse il suo libro preferito e lui mi rispose "Shantaram" di Gregory David Roberts. Conoscevo il libro, se non altro per la mole indicibile e lo spazio che occupava (una singola copia) in mezzo agli scaffali delle librerie. Lo avevo sempre osservato da lontano (il libro intendo, non il simpatico [sulla fiducia] americano) ma non mi ero mai sentito particolarmente attratto, non per le dimensioni quanto per l'ambientazione: l'India.
A volte me ne dimentico anche io, ma in India ci sono stato qualche anno fa e non è stato certo un viaggio da sogno. Non per le persone che ho incontrato quanto per l'ambiente. Non mi sono mai sentito veramente a casa o a mio agio nelle strade e tra la gente, come se mi trovassi in un mondo totalmente diverso dal mio, come se fossi in altro pianeta. Probabilmente ero davvero in un altro pianeta e proprio per questo l'India (o le mille indie all'interno dell'India) è un continente che o ami o odi. Io mi riservo di rispendere in una prossima vita; magari l'India merita una seconda possibilità. Comunque, dopo questa ampissima introduzione, passiamo al libro: grazie amico americano che mi hai fatto conoscere Shantaram! Un romanzo meraviglioso, scritto con il cuore e come se fosse il testamento spirituale dell'autore. Shantaram è la storia della vita di Roberts, una parte dell'incredibile vita di Roberts; che nasce in Australia, scappa da una prigione, si ritrova a Bombay, fa mille altre cose fantastiche e alla fine (anche se nel libro non è raccontato), si ritrova nuovamente in prigione in Australia. Nel mezzo ci sono 1200 pagine di racconto, un po' di verità e un po' di fantasia, visto che è stato scritto solo anni dopo che le vicende erano accadute. In mezzo, c'è un uomo che arriva a Bombay senza niente, non solo materialmente ma anche spiritualmente e si ritrova a vivere un viaggio che è una quotidiana crescita personale e spirituale, senza che si nomini mai Dio ma una spiritualità che è filosofia e umanità.
Sarebbe troppo facile dirvi di leggere Shantaram e di farlo perché è un libro bello: vi dico di leggerlo perché potrebbe addirittura diventare il vostro libro del cuore, come per il mio amico americano. Metto subito le mani avanti e vi dico che non è diventato il mio libro preferito, quello credo che sia ancora il Deserto dei Tartari (forse, dipende dai giorni), però vi dico di dare fiducia a questo libro e a voi stessi e provare a leggerlo. Tanto siete ancora in vacanza e vi assicuro che rispetto ai mattoni russi, questo è un romanzetto che si legge in una notte. Una notte molto molto lunga. अलविदा मेरे दोस्त (alavida mere dost, arrivederci amici miei).
(ovvero, tutto quello che avreste voluto chiedere sulla letteratura ma vi siete ben visti dal farlo)
mercoledì 28 dicembre 2016
I am Marco Di Luzio and I want to tell you the story of Mafia in Mumbai, India
Ubicazione:
Mumbai, Maharashtra, India
lunedì 7 novembre 2016
Carlo Verdone nasce a Roma il 17 novembre del 1950
Ogni
tanto decido di staccare la mente e dedicarmi alle più rilassanti ed
evanescenti delle lettere: le biografie. Ma non le biografie di
grandi eroi del passato, magari ricostruite da scrittori moderni,
bensì le biografie di persone in vita. A volte sportivi che
raccontano la propria storia ad un giornalista o altrimenti attori,
scrittori, cantanti e perché no, anche il buon Rocco Siffredi.
Quindi biografie di gente seria, che ha vinto o fatto qualcosa nella
vita, non come quel presuntuoso di Icardi, che a 16 anni appena
compiuti pubblica un'autobiografia, non capendo sinceramente cosa
possa scrivere di interessante, se non a che età è caduto il primo
dentino o l'emozione che avrà provato segnando il primo gol nelle
giovanili, presumibilmente pochi mesi fa. Per biografie intendo
quelle di veri e grandi campioni, che i loro trofei li hanno alzati
anni fa e che adesso si raccontano e possono parlare anche di
retroscena divertenti e cose che magari mentre erano in attività non
avrebbero potuto raccontare senza suscitare ira o imbarazzo di
qualcuno.
Nella categoria dei non sportivi, di recente ho letto
l'autobiografia di Carlo Verdone, che lui ha voluto intitolare “La
casa sotto i portici” in nome della casa dove è cresciuto, in
Lungotevere dei Vallati a Roma (insomma non proprio Morena o Boccea).
Confesso che il libro l'ho preso usato e in realtà volevo regalarlo,
ma la curiosità è stata troppa e prima di impacchettarlo me lo sono
letto. Avevo paura che il libro sarebbe stato un po' banale e avrebbe
rovinato l'immagine perfetta che ho di Carlo, ovvero una persona che
non solo fa ridere ma che ogni volta che dice qualcosa, si ha la
sensazione che abbia detto una cosa intelligente.
E invece, per mia
grande sorpresa, il libro rispecchia esattamente il tipo: non è un
banale racconto cronologico di eventi, ma una ricostruzione
divertente di fatti, di personaggi, di emozioni. E' lo stesso Verdone
che si vede nei suoi film: un ragazzo (oggi uomo) timido e introverso
che però è riuscito a fare sempre quello che si è prefissato,
mettendoci passione e facendosi aiutare da una bella famiglia che lo
ha sostenuto e supportato (e che certo non erano morti di fame!). Ne
esce fuori una bella persona, un bel figlio prima e poi un buon
genitore e alla fine, nel ricordo della vecchia casa e dei genitori
ormai morti, fa anche cadere qualche lacrimuccia (non a me, perché
io sono un orco). Insomma, se un giorno voleste distrarvi qualche ora
e non pensare a nulla (senza cimentarvi in letture pesanti) e in più
bervi anche un po' di gossip di casa Verdone (e quindi casa De Sica,
visto che sono imparentati), vi consiglio di leggere “La casa sotto
i portici” e rosicare perché sta casa sotto i portici davanti
Ponte Sisto, secondo me dev'esse stata proprio 'na gran bella casa.
Alla faccia de Torvajanica.
Ps:
Visto che ogni volta che scrivo un post su un libro, sembra che ho
letto il libro più bello mai scritto, vi dico che questo non è sto
capolavoro da storia della letteratura, ma non credo che fosse questo
l'intendo di Verdone, quindi godetevi il libro per quello che è e
non rompete. Verdone fa l'attore e lo fa pure piuttosto bene. Sulla qualità del libro si può tranquillamente sorvolare.
Sorriso, rise, risata, come me vie' da ride.
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verdone
Ubicazione:
Trastevere, Rome, Italy
venerdì 7 ottobre 2016
Attenzione, alla fine della lettura del seguente articolo, avrete voglia di mangiare una seada. Forse anche due.
Ci sono quelle città che sogni di vedere per tutta la vita e quelle che mai ti saresti aspettato di visitare e che invece il destino ti ha fatto incontrare.
Il mio destino, ad
esempio, mi ha fatto conoscere Cagliari, città mitologica che per
trent'anni ho osservato su una cartina ma che credevo che lì avrei
lasciato per tutto il resto della mia vita. Eppure eccola qua, la
capitale della Sardegna, la grande città che a confronto del
continente è poca roba ma sull'Isola è una sorta di New York con i
ricci di mare buoni. L'ho girata poco è vero ma quel tanto che è
bastato per fissare nella mente le piazze, gli scorci, gli odori e
qualche spiaggetta niente male, che se ce l'avessimo sul nostro Tirreno,
faremmo anche mille chilometri per godercela.
E quindi, con le
memorie cittadine fresche, ho letto con piacere “Metropolis” di
Flavio Soriga, un giallo tutto sardo, ambientato per l'appunto nella
Cagliari contemporanea. Ci sono i carabinieri, è strapieno di
carabinieri, ma va bene, ci devono essere per forza altrimenti chi
indagherebbe? E poi c'è l'alta borghesia cagliaritana, quella che fa
avanti e indietro tra Londra e gli USA ma non rinuncia alla villa in
collina, a due passi dal mare. Poi ci sono i poveracci, quelli che
fanno i pastori, quelli che fanno i baristi, quelli che non fanno
nulla. La città è raccontata con garbo, l'autore ci porta un po'
ovunque, come se ci fossimo seduti sul sedile del passeggero e un
Cicerone con l'accento sardo ci portasse in giro per Cagliari. Ovvio
che ci sia sangue, che ci siano depistaggi, bugie, lacrime, dubbi, ma
quello è il bello del giallo e comunque Soriga non gli da troppo peso, sembra raccontare questa trama
non tanto perché appassionato del genere in sé, quanto come scusa
per poi raccontare la città. Come dire: vorrei scrivere tanto una
bella guida smart su Cagliari ma come faccio a non risultare noioso?
Scrivo un bel giallo e lo ambiento in ogni quartiere della città,
dalla spiaggia alle periferie più lontane! Non metto in dubbio che
possa sbagliarmi ovviamente, magari l'autore è invece un grande
appassionato di gialli e anzi, ci teneva a lasciarci con il fiato
sospeso fino all'ultima pagina. Ma resto convinto che la trama, in
fondo, gli interessasse poco e meglio così sinceramente, perché il
giallo non è che sia poi così tanto appassionante mentre la
descrizione della città e delle sue atmosfere, ti fa venire voglia
di tornarci o di scoprirla per la prima volta.
Ora mi è venuta
l'ispirazione per un giallo ambientato a Trigoria o magari a
Torvajanica, che dite? “Quer pasticciaccio brutto de via de
Trigoria” oppure “Er mistero der tellinaro ammazzato a
mezzanotte”. Votate gente, votate.
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Ubicazione:
Cagliari, Italy
martedì 6 settembre 2016
Questo non è un articolo come tutti gli altri
Per la prima
volta in questo blog, squillino le trombe, non vi parlerò di un
libro bensì di un fumetto. Il fumetto è Dylan Dog e l’albo, per
la precisione, è il numero 74 (novembre 1992) dal titolo: Il
lungo addio. Compro Dylan Dog da diversi anni ma mentre prima lo
facevo solo in estate, attratto dall’idea di leggermelo sotto
l’ombrellone, da qualche tempo è un appuntamento fisso mensile,
tanto che ormai mi annovero tra i grandi fan dell'investigatore di Craven
Road. Come in tutti i romanzi, come in tutti i fumetti, come in tutti
i cartoni animati, ci sono volte in cui la storia piace da impazzire
e quelli in cui si resta un po’ delusi. Ci sta. Recentemente ho
letto su internet qualche informazione in più sul fumetto e sul suo
ideatore, Tiziano Sclavi e ho scoperto che, a detta di molti, l’albo
più bello è appunto Il lungo addio, risalente alla bellezza
di 24 anni fa! Mosso dalla curiosità l’ho trovato, in ottime
condizioni, al solito mercatino dell’usato e colmo d’emozione,
l’ho iniziato a sfogliare sul comodo divano di casa.
Bhé, lo posso
dire senza paura di espormi: l’albo è bellissimo e quasi quasi
commuovente. Non voglio dire che sia il più bello che abbia mai
letto anche perché non ci sono mostri o brividi come in altre
storie, ma è senza dubbio bello e emozionante. Se avete letto almeno
un “Dylan Dog” nella vostra vita, questo albo non ha niente a cui
vedere con gli altri perché non ci sono mostri né vampiri né
diavoli. E’ una storia d’amore, forse La Storia d’Amore di
Dylan Dog, dove il mostro non ha le fattezze del licantropo ma del
tempo che passa e del rimpianto per le scelte che si fanno (o che si potevano fare). Non so
che dirvi. Forse lo si può apprezzare meglio se si conosce già il
personaggio ma sono sicuro che se anche non aveste mai letto nulla di
Dylan Dog, trovereste la storia comunque coinvolgente e
introspettiva. Vi domanderete, ma come può un fumetto, un semplice
fumetto, suscitare emozione come potrebbe farlo un libro? Può
eccome, pensate alla poesia ad esempio, che secondo me è molto
simile al fumetto. In poche righe, in pochi versi, può emozionare e
racchiudere in tre parole quello che un libro potrebbe non spiegarti
in capitoli interi. Per me leggere questo albo è stato come
rinnamorarmi ancora di più del personaggio e del fumetto, come se
avessi scoperto un lato nuovo e bello di una persona che pensavo di
conoscere ed amare già così, ma che è riuscita a sorprendermi
ancora.
Voglio chiudere questo post con un messaggio, forse il primo
che provo a lanciare da queste pagine virtuali: leggete i fumetti e
non vergognatevene! Che siano italiani, americani o manga non conta,
scoprirete un mondo che non immaginavate e vi accorgerete che per
amare il genere non è necessario essere un nerd o un emarginato. Che
il Lucca Comics sia con voi.
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London, UK
mercoledì 31 agosto 2016
Se questo non è il romanzo più bello mai scritto, poco ci manca.
Qualche anno fa (per motivi che non sto qui ad approfondire se no ci vorrebbero un paio di articoli in più) mi capitò di leggere l’Arte della Guerra di Sun Tzu. Ignoravo prima di allora che genere di libro fosse, ma lo vedevo costantemente presente nelle librerie, soprattutto nella sezione dedicata all’economia, al management e alla crescita di se stessi. Insomma, il reparto dove non leggerei nulla neanche a pagamento. Nonostante il mio ingiustificato snobismo, il libro è in realtà famosissimo perché è stato riciclato, nei millenni, da libro di strategia militare cinese, a libro di strategia per essere il migliore nella vita, negli affari o in tutto quello in cui si voglia eccellere. Scoprii inoltre, che una persona per me di alto profilo, addirittura teneva quel libro sul suo comodino, come ispirazione per il suo lavoro. E a quanto pare la stessa cosa facevano i grandi manager a livello mondiale. Accidenti! Allora mi sono chiesto, qual è il libro del mio comodino? Qual è il libro che posso e devo sfogliare ogni giorno, per avere ispirazione e risposte alle domande della vita?
Fino a qualche giorno fa pensavo potesse essere “L’insostenibile leggerezza dell’essere”, ma mi sbagliavo. Il libro più bello mai scritto è senza dubbio “I Beati Paoli” di Luigi Natoli. Descrizione: il libro ha più di mille pagine ed è un romanzo a metà tra i Promessi Sposi e Beautiful. E come le soap opera, appunto, è avvincentissimo e ad ogni pagina può accadere (e accade) di tutto, tanto che le mille pagine sembrano volar via in un attimo e ce ne fossero altre mille, si potrebbe continuare a leggere senza indugi. La prima volta che sentii parlare di questo libro ero a Palermo, dove non a caso è ambientato, e la trama mi fu raccontata da un ragazzo che ci aveva addirittura scritto una tesi di laurea. Mi raccontò di questa antica setta leggendaria, che si era data come missione quella di punire le ingiustizie dei nobili e di consolare gli afflitti (spesso poveri contadini o umili artigiani). Mi raccontò della Palermo sotterranea dove essi si muovevano e dei vicoli che ancora oggi portano nomi di personaggi realmente esistiti ed inseriti nel romanzo. Mi disse anche che qualcuno accostava la leggenda di quella setta, alla nascita della mafia in Sicilia, anche se poi Leonardo Sciascia (voglio dire, mica l'ultimo scemo), disse esattamente il contrario, ovvero che la mafia millantò di avere origini dai Beati Paoli, per darsi un'aura positiva e un'origine nobile. Per chi come me ha avuto la fortuna di vedere Palermo e innamorarsene perdutamente, i Beati Paoli è il libro perfetto per immergersi nell’atmosfera ottocentesca della città. I Promessi Sposi? E chi sono? Son sicuro che se a scuola si facesse leggere i Beati Paoli, sarebbe un piacere farsi interrogare e anzi, si andrebbe avanti nei capitoli di spontanea volontà, senza accontentarsi di leggerne uno a settimana. Altro che addio ai monti sorgenti dall’acque.
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Palermo, Italy
giovedì 4 agosto 2016
Ciao ha tuti è statto belo. Io andare a sciare in giardini vaticani.
Tanti anni fa, nella libreria di casa trovai “Il vecchio e il mare” di Ernest Hemingway e me lo lessi. Se mi doveste chiedere di cosa
parlasse non me lo ricordo, a parte ovviamente che c’era il mare e
presumibilmente un vecchio. Quello che ricordo però è che mi piacque nel
complesso e che ebbi un ricordo positivo di questo Hemingway che la scuola poi,
mi insegnò essere uno dei più grandi della letteratura. A distanza di anni ho deciso di rimettere
alla prova il buon Ernest e ho preso in mano “Addio alle armi”. Sinceramente avevo
grande aspettative su questo libro: capirai un mostro sacro di Hemingway, oltretutto ambientato in
Italia durante la Grande Guerra, era un mix perfetto per un romanzo da cui mi
aspettavo fuochi d’artificio.
E invece? Invece non mi è piaciuto. Ecco, l’ho
detto. E’ una bestemmia? Che ne so, che vi devo dire, non mi è piaciuto. Ho provato
a leggermi qualche recensione, qualche critica di illustre professore, per capire
se ci fosse qualcosa in questo libro che io non avessi colto. Qualcosa in
effetti c’era: il tema della grande storia d’amore, il tema dell’antimilitarismo,
la prosa asciutta di Hemingway che racconta le cose come sono. Si ok, ma nel
complesso possiamo dire che brutto? Tra l’altro il protagonista della storia è lui stesso e i suoi
ricordi sul fronte italiano. Lo posso dire? E’ proprio antipatico sto Hemingway ed è pure un
mezzo traditore di una mezza patria. Sarò breve: Hemingway è un americano che
decide da un giorno all’altro di andare a fare una gita nella Prima Guerra
Mondiale. Per farlo, si arruola nell’esercito italiano come autista di
ambulanze, vive l’esperienza del fronte e infine (non so se anche nella
realtà) la tragica ritirata di Caporetto. Oggi lo definiremmo un “libro
inchiesta”, come un grande reportage di guerra, scritto da un inviato al
fronte, che ha combattuto fianco a fianco con gli altri soldati e che racconta
quello che vede. Ma la verità, almeno secondo me, fu che l’Hemingway del libro non
si fuse mai veramente con gli altri soldati. Lui era diverso, era americano,
aveva soldi, ogni tanto se ne andava in licenza a Milano e frequentava belle
donne. Vero è che venne ferito e si fece mesi in ospedale in convalescenza ma mai
perse quella spavalderia. Come di chi sembra vivere un sogno e sa di potersi
svegliare quando vuole ed uscire tranquillamente dal vortice, mentre gli altri
ci affogheranno dentro.
Poi va bé, alzo le mani, magari questo libro è solo una
piccola biografia super romanzata della sua vita e poi Ernest nella vita reale era un
grande, ma io giudico il libro e il libro questo racconta. Racconta di un uomo
che, ricercato dalla polizia perché scappato dall’esercito e disertore, se
ne scappa in Svizzera di notte e trascorre l’inverno in una baita, mentre i
suoi ex compagni muoiono sugli altopiani del confine. Ma alla fine quindi, devo
giudicare l’opera in sé o l'esperienza di vita? Perché anche l’opera sinceramente, mi
sembra si un romanzo piacevole ma niente di che. Caro Erny, sarò pure invidioso
della tua vita e della tua gloria, questo lo ammetto, ma posso dire che il tuo
tanto noto “Addio alle armi” non mi è piaciuto o rischio di essere fucilato? Al
massimo mi rifugio in Vaticano. Amen.
sabato 30 aprile 2016
Studenti, braccianti, operai, il canestro non sorge più ad Est
Il 23 ottobre del 1956 è passato alla storia per essere stato il giorno in cui scoppiò la breve rivoluzione ungherese; rivoluzione che gli ungheresi un po’ fecero contro i loro compaesani, un po’ contro i sovietici. In quel tempo l’Ungheria era governata (con le cattive più che con le buone) da un governo comunista filo sovietico e la gente non è che se la passasse benissimo, soprattutto perché la nazione era reduce anche da una sanguinosa guerra mondiale, in cui era successo quello che era successo e dopo la quale, a distanza di una decina di anni, non è che si vivesse nel benessere come si poteva sperare. Fatto sta che verso le 15:00 di questo 23 ottobre, qualche abitante di Budapest, stanco di sentirsi represso dai propri politici, dai russi e dal destino, si riunì in una piazza di Pest e da lì si riverso’ in protesta per le strade, raccogliendo man mano consensi ma soprattutto raccogliendo sassi: per spaccare vetrine, demolire una enorme statua di Stalin e distruggere tutto quello che poteva anche vagamente sembrare sovietico.
E’ in quel giorno, come in quelli precedenti, che si ambienta il romanzo che ho letto “Sotto il culo della rana, in fondo a una miniera di carbone” di Tibor Fischer. Il libro narra delle avventure di Pataki e Gyuri, due amici tirati su durante la guerra mondiale, adolescenti tra difficoltà del post e quasi adulti in una Budapest isolata dal mondo e preda della polizia del partito, che tutto vedeva e tutti puniva (a casaccio e senza colpe). I poveri protagonisti ci provano in tutti i modi a vivere una vita normale: chi gioca a basket, chi esce con le ragazze, chi sogna di fuggire oltre confine, chi cerca in tutti i modi di evitare il servizio militare. Ma la realtà che li circonda è più forte e più amara di qualsiasi ambizione, anche quella di essere semplicemente liberi di scegliere il proprio destino. A Fischer faccio i complimenti per l’ironia e per alcune battute niente male anche se a volte, l’ordine dei capitoli non è chiaro: prima si racconta il passato, poi il futuro, poi un po’ meno passato, poi il presente e poi ancora il passato passato. Alcuni capitoli scorrono via piacevoli, in altri si fa fatica a capire di chi si sta parlando; se i protagonisti siano sempre Pataki e Gyuri o si parli del padre di uno, del nonno dell'altro, dello zio del cognato del cugino di un altro ancora. Comunque nel complesso, il libro è carino, si legge con piacere e si impara qualcosa sulla storia che non fa mai male.
Forse vi starete chiedendo il senso di questo titolo: sembra che sia un modo di dire
ungherese quando si vuol fare capire che ci si trova davvero in una brutta situazione, forse nella più brutta delle situazioni. Voglio dire, chi di noi sarebbe felice di trovarsi in una ridente miniera di carbone, oltre tutto sotto il sedere di una simpatica rana umidosa e scivolosa? Il titolo stesso è la vetrina di quello che sarà poi il romanzo: pervaso da un umorismo tagliente ma oggettivo, perfetto per raccontare un paese in cui la retorica comunista parlava di grandi progressi e speranze avverate ma dove la vita reale e quotidiana era invece ben diversa. Secondo me, il vero obiettivo del libro (che poi era l'esordio letterario di Ficher, quindi nessuno nasce imparato se proprio non vi piacerà), è quello di sdrammatizzare un evento e un periodo terribile del suo paese. Sdrammatizzare e forse ricordare quel periodo per quello che era: surreale. E quando quello che ci è intorno è surreale, quando tutto è una tragicommedia, quando ogni diritto aquisito diventa un peccato mortale, allora è giusto vivere la vita come viene, emozionarsi per piccole conquiste, inventarsi una squadra di basket per sfuggire al lavoro di fabbrica. Tutto è concesso, anche stappare una bottiglia di champagne, conservata per anni, il giorno della morte di Stalin. Avanti ragazzi di Buda, avanti ragazzi di Pest.
E’ in quel giorno, come in quelli precedenti, che si ambienta il romanzo che ho letto “Sotto il culo della rana, in fondo a una miniera di carbone” di Tibor Fischer. Il libro narra delle avventure di Pataki e Gyuri, due amici tirati su durante la guerra mondiale, adolescenti tra difficoltà del post e quasi adulti in una Budapest isolata dal mondo e preda della polizia del partito, che tutto vedeva e tutti puniva (a casaccio e senza colpe). I poveri protagonisti ci provano in tutti i modi a vivere una vita normale: chi gioca a basket, chi esce con le ragazze, chi sogna di fuggire oltre confine, chi cerca in tutti i modi di evitare il servizio militare. Ma la realtà che li circonda è più forte e più amara di qualsiasi ambizione, anche quella di essere semplicemente liberi di scegliere il proprio destino. A Fischer faccio i complimenti per l’ironia e per alcune battute niente male anche se a volte, l’ordine dei capitoli non è chiaro: prima si racconta il passato, poi il futuro, poi un po’ meno passato, poi il presente e poi ancora il passato passato. Alcuni capitoli scorrono via piacevoli, in altri si fa fatica a capire di chi si sta parlando; se i protagonisti siano sempre Pataki e Gyuri o si parli del padre di uno, del nonno dell'altro, dello zio del cognato del cugino di un altro ancora. Comunque nel complesso, il libro è carino, si legge con piacere e si impara qualcosa sulla storia che non fa mai male.
Forse vi starete chiedendo il senso di questo titolo: sembra che sia un modo di dire
ungherese quando si vuol fare capire che ci si trova davvero in una brutta situazione, forse nella più brutta delle situazioni. Voglio dire, chi di noi sarebbe felice di trovarsi in una ridente miniera di carbone, oltre tutto sotto il sedere di una simpatica rana umidosa e scivolosa? Il titolo stesso è la vetrina di quello che sarà poi il romanzo: pervaso da un umorismo tagliente ma oggettivo, perfetto per raccontare un paese in cui la retorica comunista parlava di grandi progressi e speranze avverate ma dove la vita reale e quotidiana era invece ben diversa. Secondo me, il vero obiettivo del libro (che poi era l'esordio letterario di Ficher, quindi nessuno nasce imparato se proprio non vi piacerà), è quello di sdrammatizzare un evento e un periodo terribile del suo paese. Sdrammatizzare e forse ricordare quel periodo per quello che era: surreale. E quando quello che ci è intorno è surreale, quando tutto è una tragicommedia, quando ogni diritto aquisito diventa un peccato mortale, allora è giusto vivere la vita come viene, emozionarsi per piccole conquiste, inventarsi una squadra di basket per sfuggire al lavoro di fabbrica. Tutto è concesso, anche stappare una bottiglia di champagne, conservata per anni, il giorno della morte di Stalin. Avanti ragazzi di Buda, avanti ragazzi di Pest.
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