Non credo di scrivere una banalità, se affermo che il sogno di tutti voi, anche se non ci pensate mai, sia quello di viaggiare nel tempo. E' ovviamente anche il mio sogno, seppur quando immagino di fare questi ipotetici viaggi, non sogno mai di farli nel futuro ma sempre nel passato. Sarà che mi piace la Storia e che quindi non c'è occasione che manchi per immaginarmi nella Roma di Augusto, nella Sardegna dei nuraghi, con i nativi quando videro arrivare dal mare le caravelle di Colombo o durante la Seconda Guerra Mondiale. Quello che mi piace di più è pensare come vivessero le persone e confrontare la mia visione delle cose con la loro. Pensate anche solo al fatto che oggi prendendo un aereo, voi potete vedere le Alpi dall'alto, una cosa che nessun essere umano fino a 150 anni fa poteva anche solo immaginare.
Ho letto un libro bellissimo: "La storia del mondo in 12 mappe" di Jerry Brotton. E' un librone grande e impegnativo (mentre lo leggevo sembrava quasi che stessi preparando un esame universitario), ma è stato un bellissimo viaggio nella storia del mondo e sopratutto nella storia dello sviluppo del pensiero umano attraverso la geografia e la cartografia. Si parte dalle origini, ovvero da Tolomeo, l'astrologo, astronomo e geografo greco che lavorò ad Alessandria d'Egitto, dove si dice, ci fosse la più grande biblioteca del mondo. Chissà cosa saremmo noi oggi se non fosse andata perduta. Dall'Egitto parte così un viaggio attraverso la storia, per ricostruire l'evoluzione della cartografia e della geografia. Brotton si fa una domanda fondamentale: è possibile realizzare una mappa che sia il più neutrale possibile? Secondo lui no, nemmeno oggi in epoca moderna con Google Maps. Secondo lui, ogni mappa, è figlia della sua epoca e del contesto in cui nasce. I cristiani mettevano Gerusalemme al centro, mentre i coreani ovviamente ci immaginavano la Corea. Poiché non si poteva avere la stessa precisione di oggi, ogni cartografo impostava la propria mappa in base alle esigenze: c'è chi metteva Dio in alto sulla cartina a benedire la Terra, c'è chi si concentrava sull'Africa perché c'erano interesse coloniali, chi addirittura (come gli arabi) metteva il sud in alto e quindi realizzava mappe completamente diverse rispetto alla versione "occidentale". Spagnoli e Portoghesi, con una linea tracciata su una mappa, si sono divisi il mondo allora consociuto, ma era sempre e comunque un mondo svelato attraverso i loro occhi di conquistatori e non un mondo oggettivo.
Si potrebbero scrivere 12 articoli diversi su questo libro, per ogni capitolo, ma spero che bastino queste poche righe per stramettervi la mia felicità per aver passato 3/4 mesi (leggevo piano piano, per gustarmelo) in giro per il mondo antico, negli stessi panni degli uomini che vivevano quell'epoca e scoprivano letteralmente il loro mondo giorno dopo giorno. Volete sapere qual è il mio capitolo preferito? Ovviamente quello sulle esplorazioni di Colombo e sul Mappamondo di tale Martin Waldseemuller del 1507: il primo a rappresentare l'America come un continente separato, seppur ancora completamente inesplorato, sopratutto al Nord. Questa carta fu acquistata nel 2003 dalla Library of Congress per 10 milioni di dollari: giusto per far capire come gli americani ci tengano alla loro seppur breve storia. Sempre sempre, viva la geografia!
(ovvero, tutto quello che avreste voluto chiedere sulla letteratura ma vi siete ben visti dal farlo)
martedì 26 dicembre 2017
domenica 3 dicembre 2017
Mi tatuerò "Alex Zanardi" sopra il cuore
Non credo possa esserci un giorno migliore per parlarvi del libro di Alex Zanardi: "Volevo solo pedalare". E' un giorno sportivamente nefasto per me perché il Milan ha appena pareggiato contro il Benevento ultimo in classifica. Per chi come me cova una rabbia repressa esagerata, in questi casi bisogna fare appello a tutte le forze per non spaccare qualsiasi cosa si trovi sotto tiro. E per placare l'animo ed evitare di farsi denunciare dal vicinato per schiamazzi, non c'è niente di meglio che leggersi e rileggersi la seconda vita di Zanardi, quella nella quale il pilota romagnolo, ha continuato a fare il pilota anche senza gambe. La vicenda più o meno ve la ricordate tutti: il 15 settembre 2001 sul circuito tedesco del Lausitzring, Zanardi fu vittima di un pauroso incidente automobilistico. Miracolosamente si salvò ma dopo decine di interventi, perse le gambe, che gli furono amputate. Non si perse d'animo però e anzi, come scrive nel libro, il suo primo pensiero dopo essersi svegliato dal coma non fu quello di come avrebbe fatto a stare senza gambe, ma di come sarebbe riuscito a fare esattamente le stesse cose che faceva prima, pur senza gambe.
Anche il resto della storia è piuttosto nota: Zanardi tornò a correre in auto e addirittura a vincere qualche gara, nelle stesse categorie dove correvano i cosidetti "normodotati". Non solo, Zanardi incontrò per caso una persona nella sua stessa condizione, che praticava l'handbike e si mise in testa di provarci, con risultati che l'hanno portato a vincere medaglie alle paraolimpiadi di Londra e Rio. Adesso voi mi dovete dire come faccio io ad essere ancora incazzato con il mondo per colpa del Milan, quando poi leggo di queste storie meravigliose, in cui un superuomo (perché così lo considero), prende a calci nel sedere il proprio destino e affronta la vita con la semplicità che avrei io nel bere un bicchiere d'acqua.
Ok, probabilmente anche Zanardi avrà una sua squadra del cuore e anche lui si arrabbierà ogni tanto, è umano. Ma infatti il vero problema non sta tanto nell'arrabbiarsi o meno per il risultato di una squadra, quanto nel farsi condizionare così tanto dal rovinarsi la domenica.
Ma che c'entra però Zanardi con il calcio, direte voi? Nulla, ne sono consapevole ma avevo urgentemente bisogno di scrivere e sfogarmi e si da il caso che quello di Alex sia l'ultimo libro che abbia letto e che potevo raccontare. Adesso vado a mangiarmi la Nutella e a riguardarmi su Youtube tutte le gare di Zanardi alle Paraolimpiadi. Se non altro so già come va a finire e a fine gara avrò una scusa per festeggiare e chiudere in bellezza la domenica. Grazie Zanardi.
Anche il resto della storia è piuttosto nota: Zanardi tornò a correre in auto e addirittura a vincere qualche gara, nelle stesse categorie dove correvano i cosidetti "normodotati". Non solo, Zanardi incontrò per caso una persona nella sua stessa condizione, che praticava l'handbike e si mise in testa di provarci, con risultati che l'hanno portato a vincere medaglie alle paraolimpiadi di Londra e Rio. Adesso voi mi dovete dire come faccio io ad essere ancora incazzato con il mondo per colpa del Milan, quando poi leggo di queste storie meravigliose, in cui un superuomo (perché così lo considero), prende a calci nel sedere il proprio destino e affronta la vita con la semplicità che avrei io nel bere un bicchiere d'acqua.
Ok, probabilmente anche Zanardi avrà una sua squadra del cuore e anche lui si arrabbierà ogni tanto, è umano. Ma infatti il vero problema non sta tanto nell'arrabbiarsi o meno per il risultato di una squadra, quanto nel farsi condizionare così tanto dal rovinarsi la domenica.
Ma che c'entra però Zanardi con il calcio, direte voi? Nulla, ne sono consapevole ma avevo urgentemente bisogno di scrivere e sfogarmi e si da il caso che quello di Alex sia l'ultimo libro che abbia letto e che potevo raccontare. Adesso vado a mangiarmi la Nutella e a riguardarmi su Youtube tutte le gare di Zanardi alle Paraolimpiadi. Se non altro so già come va a finire e a fine gara avrò una scusa per festeggiare e chiudere in bellezza la domenica. Grazie Zanardi.
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domenica 12 novembre 2017
Moore gimme Moore gimme Moore if you love me gimme Moore gimme Moore gimme Moore.
Se dovessi consigliare due scrittori americani che mi piacciono molto, direi tra tutti: Dave Eggers e Christopher Moore. Sia chiaro però che quando dico che mi piacciono, ovviamente non intendo dire che ho letto proprio tutto tutto quello che hanno scritto né che quello che ho letto mi sia piaciuto sempre. Ad esempio Moore (protagonista del post di oggi) ha scritto "Un lavoro sporco", "Il Vangelo secondo Biff" e "Sacre Bleu" che sono libri piacevolissimi e che ti fanno immergere nei suoi mondi pieni di fantasia e risate. Ma ha scritto anche "Suck! Una storia d'amore" che è un libro decisamente bruttino (per fargli un complimento). Se dico che sia meglio scrivere poco ma bene, intendo che non è che per forza uno scrittore affermato debba scrivere un libro l'anno, anche perché il rischio è quello di fare un buco nell'acqua. Secondo la mia umile opinione Suck! infatti, è un gigantesco buco nell'acqua.
Di cosa si parla? La storia è semplice: ci sono dei vampiri teenager e degli aspiranti vampiri teenager. Ci sono i vampiri cattivi e quelli buoni, quelli assetati di sangue e sesso e quelli che vogliono diventare vampiri per rimanere sempre giovani e belli (ma spaventosamente pallidi). Però sto tema del vampiro è trito e ritrito. Se vuoi raccontare di vampiri (e a Moore piace il genere) mi devi coinvolgere in qualcosa di nuovo, non basta ambientare la storia a San Francisco né metterci dentro un non-morto che si veste da rapper. E poi boh, il racconto inizia già a metà della storia: il protagonista è già stato vampirizzato, il cattivone è già stato sconfitto ma noi lo scopriamo solo dopo, c'è una prostituta con la pelle blu che dovrebbe essere un personaggio curioso ma che non si capisce che cavolo c'entri con il resto della storia.
Va bene Moore, abbiamo capito che avrai firmato un contratto e dovrai
pubblicare un libro ogni sei mesi ma ti prego cambia genere o fai finta che ti appassionino un pò le cose che scrivi. Sappi che la mia stima nei tuoi confronti resta immutata (d'altronde tu sei uno scrittore e io no) ma davvero, se uno deve pubblicare solo per fare curriculum, prenditi un anno sabatico e scrivi qualche poesia. Hai visto mai fossi bravo anche a fare quello.
Di cosa si parla? La storia è semplice: ci sono dei vampiri teenager e degli aspiranti vampiri teenager. Ci sono i vampiri cattivi e quelli buoni, quelli assetati di sangue e sesso e quelli che vogliono diventare vampiri per rimanere sempre giovani e belli (ma spaventosamente pallidi). Però sto tema del vampiro è trito e ritrito. Se vuoi raccontare di vampiri (e a Moore piace il genere) mi devi coinvolgere in qualcosa di nuovo, non basta ambientare la storia a San Francisco né metterci dentro un non-morto che si veste da rapper. E poi boh, il racconto inizia già a metà della storia: il protagonista è già stato vampirizzato, il cattivone è già stato sconfitto ma noi lo scopriamo solo dopo, c'è una prostituta con la pelle blu che dovrebbe essere un personaggio curioso ma che non si capisce che cavolo c'entri con il resto della storia.
Va bene Moore, abbiamo capito che avrai firmato un contratto e dovrai
pubblicare un libro ogni sei mesi ma ti prego cambia genere o fai finta che ti appassionino un pò le cose che scrivi. Sappi che la mia stima nei tuoi confronti resta immutata (d'altronde tu sei uno scrittore e io no) ma davvero, se uno deve pubblicare solo per fare curriculum, prenditi un anno sabatico e scrivi qualche poesia. Hai visto mai fossi bravo anche a fare quello.
Ubicazione:
San Francisco, California, Stati Uniti
sabato 28 ottobre 2017
La felicità è reale solo quando è condivisa (Tolstoj)
Uno
dei miei film preferiti, se non IL PREFERITO, è “Into
the wild” di Sean
Penn. Lo adoro ma non perché sogni di fare quello che ha fatto
Christopher McCandless (ovvero morire da solo in una foresta tra
atroci sofferenze), quanto perché Christopher è un tipo tranquillo,
grande lettore e soprattutto uno che pensa diecimila volte prima di
aprire bocca e parlare. A proposito di gran lettore: nel film vengono
citati tantissimi libri e proprio perché sono un fan, negli anni me
li sono letti quasi tutti. Ad esempio ho letto: Delitto e Castigo,
Dottor Zivago, Walden vita nei boschi, Disobbedienza civile, Il
richiamo della foresta e così via.
Poi c’è un libro strano e
sconosciutissimo di Gogol, che si chiama “Taras
Bulba”. Alzi la
mano chi lo conosce: gli offro un caffè! Ma una passione è una
passione e così mi sono comprato anche questo romanzo e l’ho
letto. Tranquilli, non solo sono sopravvissuto ma mi è anche
piaciuto. Il romanzo è ambientato nel 1400 circa tra Ucraina e
Polonia e racconta per l'appunto, le avventure di questo Taras,
leader dei cosacchi. Ma i cosacchi non erano quelli che c’entravano
qualcosa con la Rivoluzione Russa? Si, infatti erano un popolo nomade
che era stanziato in Russia già da secoli e che durante gli anni
della Rivoluzione si era schierato prima con i bolscevichi e poi
successivamente contro.
Comunque questo sarebbe accaduto molto dopo,
Gogol invece ci racconta di secoli prima e di questi nomadi guerrieri
che passavano la vita a combattere e a bere, a bere e a mangiare, a
mangiare e a combattere. Insomma, campavano trent’anni ma almeno si
divertivano. Il romanzo come detto, è piacevole e molto simile ai
nostri romanzi cavallereschi (tipo l’Orlando Furioso), in cui ci
sono nobili valori, donne che fanno perdere la testa, legami
d’amicizia, sprezzo del pericolo. Non vi racconto come finisce ma
sappiate che Taras ha la pelle dura e non muore a trent’anni come
gli altri. Ora vi aspetterete che vi consigli il libro e vi dica di
correre a comprarlo? Secondo me non lo troverete nemmeno nell'ultima
libreria dell'universo, però nel caso fosse, nel caso proprio caso
caso lo trovaste e lo leggeste, bé allora ricordatevi di me e
dell'unica persona al mondo che ha letto questo libro. Che secondo me
anche Gogol s'era scordato di averlo scritto.
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Ucraina
martedì 10 ottobre 2017
Torna, 'sta casa aspetta a te.
Per il mio viaggio supermegafigo in Cile e soprattutto per le circa 60 ore d'aereo che avrei dovuto affontare, ho portato nella valigia 2 libri a farmi compagnia. Voi penserete: "Due libri sono pochini per 60 ore!". Giusto, ma sapevo anche che sull'aereo avrei trovato lo schermino e una serie infinita di film e che quindi avrei potuto alternare la lettura a qualche bella puntata dei Simpson con i sottotitoli in spagnolo. Giusto per curiosità, i sottotitoli in spagnolo mi hanno salvato quando ho provato a vedere in lingua originale "Gomorra" di Garrone: al terzo minuto già mi ero perso circa il 99% delle battute in napoletano e quindi ho dato un senso al film solo leggendo lo spagnolo nei sottotitoli (per altro pochi, visto che è una sparatoria continua).
Chiuso il capitolo cinema, passiamo ai libri e in particolare a "Il leader calmo" di Carlo Ancelotti. Per l'esattezza il libro non è solo di Ancelotti ma anche di tali Brady e Forde che hanno aiutato il buon Carlo a mettere in ordine i ricordi e hanno commentato i suoi aneddoti con spunti sulla leadership. Diciamo che il libro ha assolto perfettamente il compito che gli avevo chiesto, ovvero farmi compagnia a 10 mila metri d'altezza, ma per il resto, non c'era niente di quello che mi sarei aspettato. Non è una biografia (quella in effetti Ancelotti l'aveva già scritta) ma secondo me non è nemmeno un buon libro sulla leadership (ammetto però di non essere un esperto del settore). E' noiosetto, è banalotto, è ripetitivo, insomma è brutto. Scusa Carlo, ti voglio benissimo e te ne vorrò sempre ma questa te la potevi risparmiare.
Va bene che ormai tra libri sulla Pnl del criceto e sull'Arte della Guerra applicata a come cucinare una carbonara, tutti hanno scritto di tutto, ma insomma, non vuol dire che ogni libro debba essere per forza pubblicato. Tuttavia non escludo che io forse, non essendo un leader (e non ambendo a diventarlo) non abbia capito il senso segreto del libro. Può darsi. Magari è un capolavoro della tecnica e io non me ne sono accorto. O forse nel pranzo della Delta c'era un pò troppo aglio e i miei sensi di lettore erano confusi.
Ma in fondo io sono un tipo semplice, un pò d'altri tempi. A me non serviva un libro caro Carlo, a me bastava una frase, del tipo: "Marco, scusami tanto per quella notte di Istanbul. So che poi ci siamo rifatti ma io e i ragazzi ci tenevamo a scusarci, soprattutto Sheva per quel gol mancato al 199esimo". E io vi avrei perdonati Carlo, l'ho già fatto da tanto. Ti voglio bene Carlo. Torna a casa.
Chiuso il capitolo cinema, passiamo ai libri e in particolare a "Il leader calmo" di Carlo Ancelotti. Per l'esattezza il libro non è solo di Ancelotti ma anche di tali Brady e Forde che hanno aiutato il buon Carlo a mettere in ordine i ricordi e hanno commentato i suoi aneddoti con spunti sulla leadership. Diciamo che il libro ha assolto perfettamente il compito che gli avevo chiesto, ovvero farmi compagnia a 10 mila metri d'altezza, ma per il resto, non c'era niente di quello che mi sarei aspettato. Non è una biografia (quella in effetti Ancelotti l'aveva già scritta) ma secondo me non è nemmeno un buon libro sulla leadership (ammetto però di non essere un esperto del settore). E' noiosetto, è banalotto, è ripetitivo, insomma è brutto. Scusa Carlo, ti voglio benissimo e te ne vorrò sempre ma questa te la potevi risparmiare.
Va bene che ormai tra libri sulla Pnl del criceto e sull'Arte della Guerra applicata a come cucinare una carbonara, tutti hanno scritto di tutto, ma insomma, non vuol dire che ogni libro debba essere per forza pubblicato. Tuttavia non escludo che io forse, non essendo un leader (e non ambendo a diventarlo) non abbia capito il senso segreto del libro. Può darsi. Magari è un capolavoro della tecnica e io non me ne sono accorto. O forse nel pranzo della Delta c'era un pò troppo aglio e i miei sensi di lettore erano confusi.
Ma in fondo io sono un tipo semplice, un pò d'altri tempi. A me non serviva un libro caro Carlo, a me bastava una frase, del tipo: "Marco, scusami tanto per quella notte di Istanbul. So che poi ci siamo rifatti ma io e i ragazzi ci tenevamo a scusarci, soprattutto Sheva per quel gol mancato al 199esimo". E io vi avrei perdonati Carlo, l'ho già fatto da tanto. Ti voglio bene Carlo. Torna a casa.
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Via Milanello, 25, 21040 Carnago VA, Italia
martedì 22 agosto 2017
Lo sapevate che a Roma Nord, c'è una via dedicata al padre di Piero Angela?
Sto leggendo "La casa in collina" di Cesare Pavese e la prima parte si svolge a Torino, durante i diversi bombardamenti che la città subì nella Seconda Guerra Mondiale. In quella città, sotto quei bombardamenti (che Pavese però osservava dalla sua collina), c'era anche un ragazzino, destinato a diventare uno dei volti più amati della TV italiana: Piero Angela. Ovviamente Pavese non sapeva chi fosse questo giovanissimo Piero Angela né Piero poteva immaginare che Pavese se ne stesse a bighellonare nei boschi mentre Torino bruciava, ma è comunque un bel gioco quello di immaginare gli incroci incredibili di vite in apparenza così distanti.
Lo avrete capito ormai, non ho saputo né voluto resistere: mi sono fatto regalare la biografia di Angela "Il mio lungo viaggio: 90 anni di storie vissute". Piero Angela è decisamente un modello, un mito, un punto di riferimento per generazioni di italiani, che grazie a lui hanno capito una cosa importantissima: imparare può non essere una cosa noiosa! Angela a dire il vero, da quello che racconta, non era molto convinto di scrivere una sua biografia. Non voleva apparire autoreferenziale né annoiare il lettore con episodi troppi personali. Alla fine qualcuno, fortunamentamente, lo ha convinto e così noi possiamo leggere della sua vita, in quella Torino borbardata, in quella infanzia borghese e privilegiata, ma nella quale è cresciuto comunque con tante privazioni dovute alla Guerra, privazioni che probabilmente formeranno il suo carattere (in positivo) per tutta la vita. Angela racconta poi mille altre storie, non solo quella di come nacque Quark e SuperQuark. Racconta del suo entusiasmo per l'unione Europea, del suo rammarico per il nostro meraviglioso patromonio artistico non valorizzato, della sua vita a Parigi e in Belgio, con cieli bassi e nuvolosi ma grandi soddisfazioni lavorative.
Non c'è niente che possa essere definito gossip, ma solo riflessioni, pensieri, speranze. Leggere la biografia di Piero Angela significa leggere una lettera aperta che un nonno scrive a milioni di nipoti, in cui non c'è nulla di nostalgico per il passato ma solo un grande messaggio di speranza per il futuro.
Non che Angela regali solo baci e abbracci, sia chiaro. E' lucido quando condanna comportamenti e atteggiamenti negativi di noi italiani, ma allo stesso tempo se si arrabbia, lo fa perché crede fortemente in un possibile cambiamento, che non può partire solo dalla politica ma che deve nascere da ogni singolo. Se c'è una cosa che mi ha lasciato questo libro è il rafforzarsi della stima e del rispetto verso Angela e il suo lavoro. E non mi viene nemmeno una battuta spiritosa con cui chiudere il post perché adesso sinceramente, avrei solo voglia di mollare tutto e iscrivermi ad Archeologia. Magari se rinasco.
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lunedì 7 agosto 2017
Sono le 22e49 di una calda sera di agosto e a me vien voglia di parlarvi del Gattopardo. Che finaccia...
Adesso ditemi un libro che vi viene in mente, il primo, che associate alla noia. Ma non dovete associarlo alla noia perché lo avete letto e non vi è piaciuto, no, dovete considerarlo noiosissimo a prescindere. Che so, ad esempio se penso ai libri che da piccolo vedevo nella libreria dei miei genitori, mi balza subito in mente "Via col vento", un mattone buono giusto per aprirci il cocco. Poi al secondo posto mi viene in mente "Il Gattopardo" di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, che tra l'altro i miei avevano in una bella edizione di qualche decennio fa, probabilmente anche di un qualche valore oggi. Leggevo diecimila volte le prime righe; quella frase del rosario in latino e poi l'inizio di una descrizione, e puntualmente scoppiavo a ridere alla sola idea di continuare a leggere un libro che doveva essere noioso forse più di Via col Vento (di cui almeno conoscevo il finale, e no, alla fine nessuno vola via a causa della bora). Poi però accade che passa il tempo, che magari compri una versione moderna del libro (stavolta senza la vecchia copertina rigida) e quasi quasi ci butti l'occhio. Dici: "Ma se sto libro è così famoso ci deve essere un motivo! Voglio dire, mi hanno costretto a leggere quel supplizio dei "Promessi Sposi", questo non potrà essere peggio". Così supero la prima pagina, la seconda, la terza e mi rendo conto che il libro è bello veramente, che scorre, che addiruttura (e qui si sprecano i punti esclamativi) fa ridere!!!! Hai capito sto Tomasi di Lampedusa, che poveraccio gli hanno pure pubblicato il libro dopo morto e non si è nemmeno goduto il successo.
Ma di cosa parla sto Gattopardo? E' la storia di una nobile famiglia siciliana di cui si raccontano le vicissitudini a partire dall'Unità di Italia, fino al primo decennio del 900. Ci sono vari personaggi ma l'attore principale (nonché capofamiglia) è Don Fabrizio Corbera, Principe di Salina. E qui ecco un'altra sorpresa: questo protagonista, che dovrebbe essere in realtà uno spocchioso, classista, rompicoglioni, addirittura risulta simpatico. Altro miracolo del Tomasi. Adesso io dovrei parlarvi anche delle varie sfaccettature del romanzo: dovrei forse entrare nei dettagli dei personaggi, delle vicende, di quello che si vuole dire dicendo altro. Perché secondo me questo libro è bello anche perché racconta ma non spiega. Un pò come "La fattoria degli animali" di Orwell, tu devi cercare di capire qual'è il vero significato delle parole ma non è detto che lo capisci o magari i significati sono tanti e vanno tutti bene o sono tutti sbagliati.
Potrei parlarvi di quanto sia malinconico questo maledetto libro e proprio per questo sia irresistibile e affascinante. Potrei dirvi che forse sarebbe meglio far leggere questo di libro al liceo e non i Promessi Sposi, che con tutta onestà, anche all'oratorio dovrebbero bandire. Ma forse per invogliarvi, basta che vi dica che è in questo libro che troverete la famosa frase "Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi". E non dite che non l'avete mai sentita che non ci credo. Leggetelo dai, che magari poi ne parliamo e mi dite cosa ci avete capito voi, qual'è il significato, la morale di questo romanzo, che sembra così scontata ma che secondo me, forse nemmeno Tomasi se la ricordava più una volta finito. Leggetelo dai, leggetelo, facciamo rivoltare sto Manzoni nella tomba!
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Potrei parlarvi di quanto sia malinconico questo maledetto libro e proprio per questo sia irresistibile e affascinante. Potrei dirvi che forse sarebbe meglio far leggere questo di libro al liceo e non i Promessi Sposi, che con tutta onestà, anche all'oratorio dovrebbero bandire. Ma forse per invogliarvi, basta che vi dica che è in questo libro che troverete la famosa frase "Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi". E non dite che non l'avete mai sentita che non ci credo. Leggetelo dai, che magari poi ne parliamo e mi dite cosa ci avete capito voi, qual'è il significato, la morale di questo romanzo, che sembra così scontata ma che secondo me, forse nemmeno Tomasi se la ricordava più una volta finito. Leggetelo dai, leggetelo, facciamo rivoltare sto Manzoni nella tomba!
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