Sapete poi, che oltre a raccontare poco della trama, solitamente non faccio mai eccessive critiche, anche perché parlo solo libri che mi sono piaciuti, quindi cosa avrei da criticare? Eppure, nonostante nel complesso, quello di Mitchell sia un bel libro, devo dire che, (caso rarissimo visto che di solito è il contrario) ha il difetto di partire bene ma finire male, non come la commedia greca, ma nel senso che tre/quarti dei racconti sono molto belli e coinvolgenti, mentre gli ultimi si perdono un po’ e danno l’idea di ripetersi troppo e di sfiorare eccessivamente il surreale.
Ma lo ripeto (avrò usato troppe volte la parola “ripeto”?), qui lo dico e qui lo nego, “Nove gradi di libertà” è un libro che consiglio, perché anche se non sono un fan del genere (tanti racconti in un solo testo), non pesa il fatto di leggere venti pagine di un racconto e poi dover ricominciare con un altro, anzi, è curioso e stuzzicante andare a scoprire quando, nel racconto successivo, saranno citati eventi o personaggi di quello precedente che però, nel racconto suddetto, non avranno alcuna influenza e saranno come foglie portate dal vento, che restano qualche secondo sulla strada finché il vento se le riporta via. E poi, visto che siamo in tema di eventi casuali e scherzi del destino, in uno dei racconti (ambientato a Londra), il personaggio principale si chiama Marco e quindi può non essermi simpatico il caro Mitchell?
Per la
cronaca Marco è un latin lover di donne mature (possibilmente sposate) che vive
sopra un pub e di mestiere fa il ghost-writer, guadagnando abbastanza per sopravvivere
tre settimane al mese e poi morire di fame l’ultima. E’ o non è il sogno di
ogni aspirante scrittore maledetto del XXI secolo? Assenzio, vieni a me. 



