giovedì 16 gennaio 2014

I want to be a part of it

Ho letto la biografia di Agassi quasi per caso. Nell’introduzione, il tennista ringraziava un certo J.R. Moehringer per averlo aiutato a scrivere il libro e gli confessava che il suo di libro (quello di J.R.) lo aveva commosso talmente tanto, da spingerlo a chiedere proprio a lui l’aiuto per la biografia a quattro mani. Non capita tutti i giorni di leggere una dichiarazione d’amore del genere, tant’è che, la prima volta che ho visto il libro di Moehringer tra i ripiani di Feltrinelli, ho deciso che dovevo leggerlo. “I bar delle grandi speranze”, questo è il titolo, è a sua volta la biografia dell’autore (il suddetto J.R.), né più né meno come quella di Agassi, con l’unica differenza che il secondo giocava a tennis mentre il primo era un alcolista e scrittore fallito. Sul retro della copertina, nell’edizione della Piemme, è citata una frase di Alessandro Baricco (non proprio l’ultimo arrivato): “J.R. Moehringer, obbiettivamente, è di una bravura mostruosa”. Mai giudizio fu più azzeccato. “Il bar delle grandi speranze” è un libro delizioso, ma più del libro in sé, con la trama, è deliziosa la scrittura di J.R. , il flusso di pensieri che trapianta al sé stesso protagonista e quasi cinquecento pagine che volano via come un niente, come via, volano quasi vent’anni di vita raccontata tra le righe. 

Il libro è come un immenso oceano, in cui parole e nomi e immagini e suoni, si susseguono armoniche, e armonico è l’autore che capitano della sua nave, solca le acque e ci guida leggeri attraverso la storia, senza che una pagina, neanche una singola pagina, risulti al posto sbagliato, susciti perplessità o noia. Ma quello che più di tutti affascina, è che nel libro, ci sono decine di personaggi, tutti descritti con cura ma mai né troppo ingombranti né troppo marginali. Decine di nomi ma nessuno che si possa dimenticare la pagina successiva, perché ognuno ha un’anima e J.R è bravo a dargli anche un corpo e a non farlo disperdere nel limbo degli eventi. 


Se penso a quanti capolavori della letteratura russa siano farciti di decine di nomi e personaggi che si perdono nel vuoto dopo poche righe: quanti sforzi per cercare di imparare i nomi e immaginare nella mente il profilo di un qualsivoglia maresciallo, che dopo due battute cambia strada e mai più rincontra quella del protagonista. “Il bar delle grandi speranze”, la cui trama non ho alcuna intenzione di svelare, potrebbe coinvolgervi per un mese, letto a piccoli morsi, o per due giorni, divorato nell’impeto di una curiosità che ti spinge avidamente a voltare pagina e cominciare un nuovo capitolo. Anche se ti si chiudono gli occhi, anche se domani devi alzarti presto, anche se vorresti gustarlo con più calma, anche se vorresti fermarti a pensare alle similitudini della tua vita e quella di J.R. , perso, come te, nell’analisi dei suoi limiti e dei suoi piccoli successi personali. C’est la vie.  


giovedì 26 dicembre 2013

Senza titolo

Chissà quante volte sarete passati a Roma, per la stazione Metro A di “Lepanto”: a due passi dal Tribunale, a tre da Piazza del Popolo e a quattro dal Vaticano. Chissà quante volte sarete passati di lì e avrete pensato: “Ma che sarà sta Lepanto?”. Accendi il cellulare, navighi un po’ e scopri che Lepanto, oggi, è una ridente cittadina sulla costa greca, nel tratto di mare che guarda l’Italia, ma che prima di farlo, deve fare lo slalom tra decine di isole ed isolotti sparsi a caso nello Ionio. Ma le acque di Lepanto, in passato, sono state anche teatro di una delle più importanti vittorie dei paesi cattolici contro l’Impero Ottomano.  Li, il 7 ottobre del 1571, la flotta della Lega Santa sbaragliava quella Ottomana, appena uscita vittoriosa dalla conquista di Cipro ma annientata da un’alleanza tutta italo-spagnola, voluta da l’allora Papa Pio V. La vittoria della Lega, fu soprattutto la vittoria di Venezia, la grande avversaria degli ottomani nel Mediterraneo, che stava perdendo, proprio in quegli anni, parte della grande influenza politico-economica che per secoli aveva avuto nel “Mare Nostrum”. 

Come si viveva nell’Europa di quel periodo? Quali erano i mestieri? Quali gli intrighi di corte e le ambizioni dei potenti? Cosa portò a quella battaglia e come avvenne davvero la conquista dell’Isola di Cipro? Qual’era il ruolo degli ebrei in questo universo e quanto i loro soldi potevano o no comprare la libertà e le grazie dei potenti? Tutto questo è “Altai”, romanzo storico con la “R” e la “S” maiuscola, scritto dal famoso Wu Ming, che in cinese, altro non vuol dire che “Senza Nome”. E qui, nasce una storia nella storia, perché Wu Ming non è uno scrittore cinese con una passione per il nostro continente, quanto un gruppo di quattro scrittori italiani, che si sono riuniti in una sorta di cooperativa e scrivono, scrivono, scrivono. Separatamente o a otto mani, come è il caso di questo romanzo. 
 Altai è un avvincente tuffo nel passato, tra i vicoli della Venezia e della Istanbul di metà cinquecento: a bordo di navi trascinate dalla forza dei vogatori, sopra lettighe per non sporcarsi i piedi nel fango dei vicoli, tra i fossati delle trincee degli assedianti, negli hammam della capitale ottomana e le strette calli che portano a San Marco. Ma soprattutto, Altai, è puzzo e profumo. Mai ho trovato un libro in cui gli odori e gli umori sono descritti così bene e sono parte fondamentale ed imprescindibile dell’opera. Ogni verso è immerso nel senso dell’olfatto, come se gli autori avessero voluto riportare alla luce un’epoca passata, proprio grazie agli odori che emanava. Sangue, spezie, sudore, profumi, merda, carne cotta, legno bruciato, incenso, pietre umide, salsedine, alberi in fiore e giardini di polvere. Tutto questo è Altai: come salire su un treno e ritrovarsi quattro secoli fa, in un mondo che non c’è più ma che è quello da cui noi veniamo. Un viaggio attraverso quello che siamo stati. Un viaggio attraverso quello che siamo. 

domenica 24 novembre 2013

Non credo si stesse meglio, quando si stava peggio.


Io e Curzio Malaparte c’eravamo già incontrati, tanti anni fa. Frequentavo i primi anni del liceo e una cara amica (molto più grande di me), mi aveva consigliato di leggere il suo romanzo più famoso: “La pelle”. “Vedrai – mi disse – lo troverai istruttivo e appassionante. Ecco, magari un po’ crudo, ma certamente avvincente”. Lessi le prime venti pagine, non di più, e lo abbandonai. Forse primo caso, allora, di libro iniziato e non finito. Con tutto il rispetto per chi me lo consigliò, lo trovai piuttosto noioso, confusionario e indiscutibilmente pesante, sia come termini usati che come scorrevolezza del testo. Per la cronaca, il libro era ambientato nella Napoli post liberazione nazista da parte degli americani. Di più non ricordo. Sono passati quasi 15 anni, più o meno, e Malaparte è tornato sul mio comodino, stavolta però, nelle vesti di “Kaputt”. Perché questa scelta? Perché la via dove sono andato ad abitare è via Malaparte e visto che il destino aveva concesso al defunto scrittore una seconda chance di entrare nella mia vita, non mi sono sentito di non tendergli la mano e non concedergliela. Grave errore. Kaputt si è rivelato fratello gemello de La pelle, con l’unica differenza che, un libro noioso, letto adesso, si riesce a finirlo comunque, magari impegnandocisi un po’ di più.

 
Ma quindi, Kaputt, che storia racconta? Bella domanda. E’, direi, una serie di episodi realmente vissuti dall’autore, che tra il 1941 e il 1943 ha gironzolato per l’Europa in guerra, in qualità, un pò di ufficiale dell’Esercito Italiano, un po’ di diplomatico e un po’ di inviato di guerra per un giornale. Se da una parte, la ricostruzione dettagliata e precisa di ambienti e personaggi realmente esistiti è molto interessante dal punto di vista storiografico, dall’altra, il soffermarsi righe e righe su dettagli di oggetti o caratteri di persone, rende il testo molto arzigogolato e alquanto ripetitivo. Insomma, riprendete la suddetta descrizione de La pelle e riportatela a Kaputt. Il senso non cambierà. Va sottolneato, molto bello davvero, il soffermarsi dell'autore su racconti di guerra, certo crudi e crudeli, ma efficaci, come la storia dei cadaveri dei cavalli incastrati in un lago ghiacciato in Finlandia, o il racconto del pogrom ebraico in un villaggetto della Moldavia. Peccato poi, perdere un milione di punti quando metà dei dialoghi del libro (e non sono pochi), sono in francese e tedesco. Senza un filo di traduzione. Neanche nelle note.

 
Che dire. Mi sento di fare i complimenti al fu Curzio, per la vita avventurosa che deve aver vissuto, e anche per aver trovato il tempo, quasi ogni giorno, di prendersi appunti e poi trasformarli in libro. Però, caro Malaparte, anche se dovremmo rimanere in buoni rapporti, visto che parcheggio la macchina sempre sotto la tua targa, devo confessarti che il tuo libro, stavolta, a differenza di altri in altri post, non lo consiglio a nessuno, a meno che uno non abbia una passione sconfinata per la storia, google translate a portata di mano e il vezzo di sapere com’era Himmler da nudo. Avessi detto Edda Ciano.

giovedì 3 ottobre 2013

Se la vita fosse una partita di tennis, io non c'avrei capito nulla. Sottotitolo: allora la vita, forse, è una partita di tennis.


Tra me e il gioco del tennis non c’è mai stato amore. Anzi, direi che il termine amore è anche eccessivo, considerando che tra me e il tennis, non ci sono mai stati proprio rapporti. Non ho mai giocato a tennis né credo di essere mai entrato in un campo. Non ho mai assistito ad un match in televisione; figuriamoci dal vivo. Conosco Federer, Nadal, Djokovic si, ma solo per sentito dire. Voi potete anche dirmi che Federer è la classe fatta atleta, che il maiorchino è un portento e che Djokovic è il numero uno, ma io non potrò mai darvi ragione perché semplicemente, non conosco nemmeno una singola regola di questo sport. Poi un giorno, un mio amico mi riempie l’e-reader di libri e casualmente mi ci mette anche "Open": l’autobiografia di Andre Agassi. Mi dice che lo devo leggere assolutamente. E’ troppo divertente. Ok penso, forse a tempo perso lo farò.
Poi, quel tempo perso, è arrivato, una mattina che dovevo fare una lunga fila all’ospedale. Ho preso in mano l’e-reader e ho pigiato sul faccione pelato di Andre. Ho letto 400 pagine in una settimana ma solo perché mi costringevo a smettere per godermelo a pieno (credo sia giusto specificare che la settimana non l'ho passata in fila all'ospedale però). Open è effettivamente divertente, come divertente, è stata la vita di Agassi, il cui papà, un pugile iraniano emigrato negli USA, ha messo in mano la racchetta al figlio all’età di quattro anni e l’ha costretto a giocare. Era convinto che sarebbe diventato un campione, anzi, semplicemente il figlio doveva essere un campione. Non c’erano altre opzioni. Agassi ripercorre la sua infanzia trascorsa nel polveroso campo da tennis costruito dietro casa, le lunghe ore passate ad allenarsi e poi la scuola, a centinaia di chilometri da casa, chiuso dentro un’accademia in cui la mattina faceva finta di studiare ed il pomeriggio, sfidava la crema dei giovani tennisti americani. Un vita di successi, costella da piccoli grandi racconti del quotidiano: matrimoni, aneddoti, paure, match vinti all’ultimo tiro, corse sotto il sole, trofei scaraventati per terra e parrucchini per nascondere i pochi capelli rimasti.



Ma quello che colpisce di più del romanzo (così voglio definirlo) è la sensazione di sincerità che pervade le pagine. Non è un’autobiografia celebrativa, tutt’altro, sembra quasi una parabola da Vangelo: la storia di un uomo che ha sudato per ottenere quel che ha avuto e che ha saputo rialzarsi quando la sua personalità ribelle ed autodistruttiva lo abbatteva. Va detto, in tutta onestà, che il libro non l’ha scritto proprio proprio proprio lui. L’ha scritto tale Moehringer, un premietto Pulitzer che si è preso la briga di farsi lunghe chiacchierate con Agassi e poi buttagli giù un mattone di libro. Ma mai mattone fu a così alta digeribilità. Agassi lo ringrazia pubblicamente alla fine del libro. Sarebbe curioso sapere come si sono divisi i guadagni.
Che dire. Se un obiettivo questo libro l’ha centrato è che non ho potuto fare a meno di andare su youtube e rivedermi gli incontri di Agassi, così ben descritti tra le righe della biografia. Sapere cosa pensava realmente durante quel colpo particolare, mi ha reso non solo ancora più simpatico il personaggio ma in fondo, forse, anche il tennis. Il che è senza dubbio la cosa più incredibile che potessi immaginare. Alla luce di questa mia inaspettata passione per uno sport, sulla base di un libro letto, tendenzialmente, credo eviterò di leggere la biografia di Carla Fracci.



domenica 11 agosto 2013

D'acqua sotto i ponti delle marane n'è passata. E' il resto che è rimasto uguale.


Ogni volta che decido di andare a Trastevere per una passeggiata, spero sempre di trovare la ZTL di via della Lungara aperta. Da lì, mi basta entrare nella prima stradina e ritrovarmi in breve su vicolo di San Francesco di Sales, dove in fondo, ma in fondo in fondo, trovo sempre il parcheggio che cerco, anche in quei sabato sera più neri, dove i motorini faticano a passare e le Smart sono in difficoltà come le auto di noi comuni mortali. Parcheggio nel mio angolo di paradiso e passo a piedi di fronte l’ingresso del carcere. Alzo lo sguardo e vedo il muro giallo e invalicabile, e so che li dietro, oltre che i sospiri e la rassegnazione dei carcerati, c’è anche il cupolone di San Pietro, che forse non lo sapete, ma in linea d’aria sta davvero a poche centinaia di metri. Che poi parlo facile, a farvi credere che io che San Pietro stava là dietro lo sapevo da una vita. Mica è vero. Me ne sono accorto solo ora, che leggendo “I Borgia” di Alexandre Dumas, ho scoperto che a piedi, da Piazza San Pietro a Via della Lungara, non ci vuole nulla, soprattutto se sei il figlio legittimo di un futuro papa che deve correre da sua madre ad aggiornala sulla tecnica scelta per comprare i voti dei vescovi già chiusi in conclave.
Sentite qui: “E’ vero che la sosta non fu lunga, perché appena ebbe fino di leggere la lettera, o meglio il biglietto ricevuto in modo tanto misterioso e tanto strano, lo mise nel portafoglio d’argento, e, sistemando il mantello in modo da coprirsi il viso, riprese di buon passo la strada attraverso Borgo Santo Spirito e imboccò via della Lungara, che percorse fin dopo la chiesa di Regina Coeli. Arrivò là, batté rapidamente tre colpi alla porta di una bella casa, ed essa si aprì subito. Salì in fretta le scale, ed entrò in una camera dove lo aspettavano due donne, con manifesta impazienza”. 

Ed è solo l’inizio di un romanzo, che se proprio non avete la forza di chiuderlo e cuocervi nell’attesa, divorerete in un giorno, affamati di curiosità e sapere. Ci son tanti fatti veri ed un pizzico di fantasia, nell’arte che Dumas ha di raccontare undici anni di una Roma, un’Italia e un’Europa, dominate dagli intrighi di papa Alessandro VI al secolo Rodrigo Borgia. Leggerete di come il papa comprò i voti per farsi eleggere, di come la bella figlia Lucrezia sposò mezza Italia per compiacere la sete di potere del padre, di come il figlio Cesare, detto il duca Valentino, prima uccise il fratello e poi soggiogò la Romagna a suon di spada e tradimenti, di come a Roma, ogni scusa era buona per fare festa: dalla conquista di una città lontana, al ritrovamento dell’ennesimo cadavere nel Tevere (comunque si, il papa aveva dei figli, avete capito bene). Non bisogna dimenticare però che Dumas è francese e se anche non lo sapessimo, dal romanzo, traspare evidente questo suo ancestrale e genetico patriottismo, che tutto misura, nella scala di valori in cui il suo paese è sempre la massima vetta di ogni cosa mai fatta e futura. E così Roma viene descritta come un posto dove nessuno lavora ma tutti mangiano e son felici, i sovrani francesi sono i più forti e i più onesti dell’emisfero e gli italiani sono si i migliori generali e strateghi del mondo, ma tanto i francesi li hanno studiati e superati ormai da tempo.
 
Detto questo, il romanzo è una finestra aperta, più o meno fedele, su un passato oscuro e allo stesso tempo affascinante della nostra storia. Un passato che è in parte lo specchio di quello che siamo oggi e in parte la causa. Un passato che riecheggia, nel bene e nel male, in ogni angolo del centro di Roma, che si, sarà sporco, puzzerà di pipi, sarà pieno di strisce blu, ci saranno i parcheggiatori, la metro farà cacare, la gente sarà maleducata, le pantegane sono padrone del fiume, domani andiamo tutti a Berlino perché fa figo eccetera eccetera, ma lì, da millenni, è passata e passa la storia con la S maiuscola, che è talmente importante che non si può non conoscere. Anche se abiti a Trigoria e nell’ottobre del 1503, mentre Pio III diventava papa con i voti comprati da Cesare Borgia, nella tua zona c’erano capanne, banditi e pecore, venti chilometri a nord il conclave e venti a sud la malaria. A parte la malaria, nulla è cambiato.

sabato 27 luglio 2013

Se nun te scierri mai delle radici ca tieni


Andare in macchina in Salento, è una sensazione che almeno una volta nella vita va vissuta. Come un pellegrinaggio a La Mecca per ogni musulmano o il rafting alle Cascate delle Marmore per ogni romano che abbia un minimo di spirito d’avventura. Che tu scelga di passare per Napoli o tagliare per Benevento (ovviamente il mio viaggio immaginario parte sempre da Roma), arrivato al cartello verde che sbarra la Campania e ti accoglie in Puglia, il tuo cuore avrà il primo sussulto. Cavolo, almeno sono arrivato fino a qui! Ma la Puglia non è come il Lazio, che in due ore di autostrada te lo lasci alle spalle, la Puglia non finisce mai e sei hai la sfortuna di beccare anche il traffico estivo di chi va al mare, la Puglia, oltre che non fine mai, diventa anche un incubo, che nemmeno un Ardeatina – Tiburtina carreggiata esterna del Gra può  competere.


Arrivato a Lecce sei convinto di essere finalmente vicino allo spogliarti e buttarti “ammare”, a prescindere che siano le undici del mattino o di sera. Ma è ancora qui che ti sbagli, perché adesso la Puglia è finita si, ma sei in Salento, e non che anche il Salento scherzi a distanze. Lecce – Leuca è un’altra ora di superstrada, una spada grigia che taglia campi arsi dal sole, ulivi che ti sembrano meravigliosi ma che se entri in qualche stradina laterale ne trovi di ancora più belli e cartelli che ti parlano di nomi di paesini che sembrano usciti da qualche saga fantasy o semplicemente inventati da un bambino di cinque anni. Il Salento estivo è un posto magico e affascinante. Il mare è un sogno, la gente è cordiale, il pesce è buono per essere buono. Se non ci siete mai stati e tutti ve ne hanno parlato bene, fidatevi. Almeno una volta nella vostra vita, ci dovete andare. E andateci, su!
Ma il Salento è così bello, che quasi varrebbe la pena di vederlo anche sotto un altro punto di vista. Quello delle tre stagioni che non sono estate. Dell’autunno piovoso, dell’inverno dal vento freddo e della primavera dei primi soli caldi e dei fiori allegri. Questo Salento io non l’ho mai visto, e come me, forse tutti quelli che in Salento ci sono stati nei mesi più caldi. Aspettando che l’ispirazione per questo viaggio autunnale mi colga fecondo, nel frattempo Gianluca Gulluni, nel suo “Il sindaco e il paziente” (Scriptalab edizioni), mi ha dato modo di immergermi, dalla poltrona di casa, nelle atmosfere di un Salento atipico, che il turista non conosce e di cui la televisione non parla mai. Ma l’ho detto prima, il Salento è grande, e Gianluca non parla mica di tutto il Salento, ma di uno spicchio di terra affacciato sull’Adriatico, di poche piccole torri, di paesini che gli abitanti li conti come l’appello della scuola media, di strade che a farle tre volte ad andare e tornare già le conosci come c’avessi sempre vissuto. In questo microcosmo nel microcosmo, Gianluca ci costruisce un romanzo che si svela pian piano sotto gli occhi del lettore, che ti parla di uno spaccato di estrema Italia che nessuno ti ha mai raccontato così e di vite intrecciate in altre vite, che lui con abile fantasia cuce e scioglie. A tratti, la sua scrittura ricorda Sciascia, con quel vocabolario misto di italiano e dialetto, quelle descrizioni dei personaggi così rapide, che in due righe ti racconta tutta la loro vita e hai l’impressione di sapere già tutto di quella persona.
Ma non svelerò nulla della trama, né dei protagonisti, né di altro. Ci sono tanti modi per attirare l’attenzione di un possibile lettore su un libro ed io ho scelto quello della curiosità per una cornice. La cornice in cui questa storia è raccontata: il Salento che c’è ma non si vede, le montagne innevate dell’Albania che son lì che le potresti quasi toccare con un dito, il rumore della risacca del mare che è qui sotto di noi ma è tanto buio che puoi solo immaginarlo. La cornice di un’Italia che non puoi mica dirlo se davvero sei qui o in un altro mondo, la cornice di un mare che oggi è tuo ma ieri era di antichi popoli che hanno scritto la loro e la tua storia, la cornice di un cielo che da’ la vita e porta la morte, in una terra che è l’estremo lembo di un Paese decaduto e allo stesso tempo il centro del mondo. Réclame.
 
 

mercoledì 3 luglio 2013

Tu mi fai girar, tu mi fai girar, come fossi un emigrant.

Qualche anno fa mi capitò di vedere una foto in bianco e nero su un articolo che parlava dell’emigrazione in America agli inizi del novecento. Nella foto era raffigurata una famiglia appena sbarcata ad Ellis Island. La madre con in braccio la figlia più piccola e sulla destra il fratello maggiore che tiene per mano un’altra sorella. La cosa che mi colpì più di tutte, fu il colore delle mani e del volto della madre: nero. Ma non il nero mulatto di una bella abbronzatura di fine estate, bensì il nero di anni di lavoro sotto il sole, di terra, di sporco, di povertà. Lessi l’articolo e scoprii che quella famiglia era italiana. Non era specificato se fossero veneti, lucani, siciliani, napoletani o piemontesi. Erano semplicemente italiani. La foto fu scattata più o meno cento anni fa, ma poteva essere di cinquant’anni più vecchia o di venti più recente: il colore della pelle e le valigie sullo sfondo non sarebbero cambiate.

Guardai la foto e ripensai ai cinque anni del liceo. Ogni mattina il percorso dell’autobus ci portava a passare di fronte ad un grande campo nomadi, ed ogni mattina, immancabilmente, l’autobus a quella fermata si riempiva di rom: famiglie dalla pelle scura di sole, donne con foulard in testa e uomini dal sorriso dorato e dalla lingua incomprensibile. La foto della famiglia italiana non può parlare, ma l’americano medio che vide quei disperati sbarcare su quel molo le voci le sentì eccome ed ebbe forse la mia stessa sensazione del non capire una parola di quello che dicevano.

C’è stato un tempo in cui i rom sull’autobus, gli africani sulla spiaggia, i romeni sulle impalcature e gli indiani al benzinaio, eravamo noi. Noi, che oggi abbiamo rimosso quel passato o che al massimo, ce lo raccontiamo differente da come è stato realmente. I libri di scuola e i film storici ci parlano dell’emigrante ben accolto e dell’italiano brava gente. Ma noi non eravamo né ben voluti né tanto meno brava gente. Gli italiani, soprattutto quelli dalla Liguria in giù, erano considerati europei di serie B e addirittura, in alcuni tribunali del centro degli Stati Uniti, giudicati come neri e non come bianchi. Che non fosse però solo una questione di mero razzismo ma in parte i nostri bisnonni se la cercassero, lo dicono anche le statistiche sul tasso di criminalità e sugli arresti nei primi decenni del novecento negli States. Quasi la metà dei galeotti erano cittadini italiani, ben più della somma di tutte le altre etnie messe insieme (al pari solo dei russi). Ma quello degli USA è solo un esempio. La cattiva impressione che l’italiano faceva all’estero era presente in praticamente tutti i paesi dove l’emigrazione ci ha portato: Australia, Argentina, Svizzera, Francia. Se avete voglia di approfondire l’argomento vi suggerisco il libro di Gian Antonio StellaL’Orda – Quando gli albanesi eravano noi” edito da Rizzoli, dove troverete tante tristi esempi di come il mondo ci vedeva (e spesso ancora ci vede) fino a qualche decennio fa e di come l’emigrato italiano, che oggi appare come ricco e felice tra un ranch australiano e un Columbus Day newyorkese, ieri fosse l’ultimo degli ultimi, un po’ più in alto dei neri e al pari dei cinesi.

Leggerete di come i bambini fossero fatti emigrare e sfruttati dagli stessi italiani, che in pratica facevano un caporalato sulla loro pelle. I maschi a spalare camini in Europa, le femmine a prostituirsi nei bordelli dell’Africa. Leggerete di come i giornali americani descrivevano la vita a Little Italy, di come gli anarchici italiani cercarono di cambiare il mondo e fecero scuola di terrorismo, di come in Svizzera ci fossero sale d’aspetto alla stazione solo per noi (e non per omaggiarci!). Scoprirete insomma quel che i libri di scuola non dicono e l’origine di tanti pregiudizi che il mondo ha verso di noi. Da secoli.

Un’ultima considerazione sulla storia e sulla ruota in cui tutto gira e tutto torna. Oggi, come ieri, stiamo tornado ad essere emigranti e lasciamo in massa questo paese alla ricerca di un futuro migliore. Oggi, più di ieri, però, l’italiano che parte non è quello povero e disgraziato di cento anni fa, ma il laureato che mette il suo potenziale al servizio di altri paesi, con buona pace e tanto orgoglio per chi resta qui: a combattere per entrare in una università scadente e ad aspettare la raccomandazione dello zio di terzo grado arciprete di campagna. In attesa di imbarcarci anche noi per l’America (stavolta in aereo) o nella speranza di veder cambiare le cose qui, intanto cerchiamo di scoprire come eravamo fino a ieri, ma davvero fino a ieri, quando mentre Patty Pravo cantava “La Bambola”, i nostri padri in Svizzera dovevano star zitti per non far capire di essere italiani.