Ho scritto e riscritto questo articoletto per quattro volte. Sono giorni che ci giro intorno e che cerco di capire come iniziare, come finire, cosa voglio dire. Solo adesso capisco che è impossibile: non riesco a raccontare cosa siano per me le canzoni di Mogol e Battisti. Non c'è modo per dire quanto Battisti mi leghi a mia madre, in una maniera che va al di là delle parole. Non c'è frase che potrei sussurrare a Mogol, se un giorno mai dovessi incontrarlo, per fargli capire quanto per me sia un poeta da libro di letteratura. Non ci riesco. Ogni frase che scrivo mi sembra banale, scontata, già detta da mille altri. Questo è il più breve e inutile articolo che io abbia mai scritto ma lo scrivo lo stesso perché è l'unico modo che ho per urlare al mondo che nella musica italiana ci sono Battisti e Mogol e poi, ci sono gli altri. Grazie.
(ovvero, tutto quello che avreste voluto chiedere sulla letteratura ma vi siete ben visti dal farlo)
venerdì 19 maggio 2017
lunedì 13 marzo 2017
Ah, se fossi nato cent'anni prima, chissà come era bello il mondo nel 1884! (Peccato che poi sarei morto durante la Prima Guerra Mondiale)
Grazia Deledda mi sta simpatica. Sarà perché è nata a Nuoro (nella bellissima Barbagia) sarà perché nessuno mi ha imposto di studiarla al liceo e quindi l'ho scoperta da solo, sarà perché è sarda. L'ho già detto che è sarda? Si è vero, mi sta simpatica e basta, chiudiamola così. Avevo letto, milioni di anni fa, "Canne al vento" e nonostante non ricordi nulla della trama, mi è rimasta la sensazione di aver letto un libro che mi era piaciuto, quando ancora ignoravo che la Sardegna un giorno, sarebbe diventata una parte importante della mia vita.
Deledda dicevamo; oggi (o meglio ieri) ho finito di leggere "Sino al confine", libro che mi è stato regalato e che è stato scelto casualmente, tra i tantissimi scritti dalla Deledda. Il libro racconta le vicende di Gavina Sulis, ragazza cresciuta in un piccolo paese della Barbagia, che non è solo un paese ma che è tutto il suo mondo. Siamo nel 1890 e questo mondo intorno a lei è un quadro immutabile, chiuso, fatto di divisioni sociali, superstizioni, pregiudizi. E come se non bastasse, c'è la religione, che pervade la sua vita e quella di tutti coloro che la circondano. Gavina cresce con il terrore del peccato, con la sensazione che qualsiasi cosa possa fare può nascondere l'errore, la perdizione, la dannazione. Non è facile oggi, leggere un libro così.
Non è facile immedesimarsi in lei e negli altri personaggi. Tra noi e loro ci sono 120 anni di modernità, progresso, caduta di tabù. E' difficile immaginare una ragazzina di 14 anni che a quell'età è già donna, che trema nel guardare un ragazzo e corre a confessarsi per qualsiasi sospiro, che vede dalla finestra della sua camera tutto il suo universo, fatto di strade polverose, montagne e orizzonti sempre uguali, mormorii, malelingue, obblighi morali. E' difficile immaginarlo e immedesimarsi, ma non è impossibile, perché Deledda racconta questa storia con parole semplici, passo passo. Come un fiume lento, noi ci facciamo portare dalla corrente e piano piano entriamo in Gavina e nei suoi pensieri, la conosciamo meglio, cresciamo con lei, la compatiamo, la capiamo, la apprezziamo. La storia poi continua e qualcosa cambia, qualcosa no, bisogna che ve lo leggiate voi, se vi interessa!
Certo, finito il libro, non posso dire di aver letto un capolavoro né il libro più bello della mia vita, ma ho letto una storia semplice, raccontata con gusto e con descrizioni semplici ed efficaci. No, non vi dico di correre in libreria a comprarlo, decisamente no, ma se un giorno vostro figlio dovesse tornare a casa e per compito dovesse studiare Deledda, mettetevi seduti con lui/lei e immergetevi anche voi in questa bella letteratura semplice ed educata. Mamma mia, sto proprio invecchiando.
Deledda dicevamo; oggi (o meglio ieri) ho finito di leggere "Sino al confine", libro che mi è stato regalato e che è stato scelto casualmente, tra i tantissimi scritti dalla Deledda. Il libro racconta le vicende di Gavina Sulis, ragazza cresciuta in un piccolo paese della Barbagia, che non è solo un paese ma che è tutto il suo mondo. Siamo nel 1890 e questo mondo intorno a lei è un quadro immutabile, chiuso, fatto di divisioni sociali, superstizioni, pregiudizi. E come se non bastasse, c'è la religione, che pervade la sua vita e quella di tutti coloro che la circondano. Gavina cresce con il terrore del peccato, con la sensazione che qualsiasi cosa possa fare può nascondere l'errore, la perdizione, la dannazione. Non è facile oggi, leggere un libro così.
Non è facile immedesimarsi in lei e negli altri personaggi. Tra noi e loro ci sono 120 anni di modernità, progresso, caduta di tabù. E' difficile immaginare una ragazzina di 14 anni che a quell'età è già donna, che trema nel guardare un ragazzo e corre a confessarsi per qualsiasi sospiro, che vede dalla finestra della sua camera tutto il suo universo, fatto di strade polverose, montagne e orizzonti sempre uguali, mormorii, malelingue, obblighi morali. E' difficile immaginarlo e immedesimarsi, ma non è impossibile, perché Deledda racconta questa storia con parole semplici, passo passo. Come un fiume lento, noi ci facciamo portare dalla corrente e piano piano entriamo in Gavina e nei suoi pensieri, la conosciamo meglio, cresciamo con lei, la compatiamo, la capiamo, la apprezziamo. La storia poi continua e qualcosa cambia, qualcosa no, bisogna che ve lo leggiate voi, se vi interessa!
Certo, finito il libro, non posso dire di aver letto un capolavoro né il libro più bello della mia vita, ma ho letto una storia semplice, raccontata con gusto e con descrizioni semplici ed efficaci. No, non vi dico di correre in libreria a comprarlo, decisamente no, ma se un giorno vostro figlio dovesse tornare a casa e per compito dovesse studiare Deledda, mettetevi seduti con lui/lei e immergetevi anche voi in questa bella letteratura semplice ed educata. Mamma mia, sto proprio invecchiando.
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Ubicazione:
08100 Nuoro, Province of Nuoro, Italy
giovedì 2 marzo 2017
Mi sono reso conto solo alla fine, di aver letto il libro di una intellettuale comunista: accidenti, ora sono più radical chic di Massimo D'Alema
Qualche anno fa, quando ero ancora giovane e bello, conobbi
una ragazza che abitava in Via Leone Ginzburg (non è importante scrivere la
città, ma non è Roma, tanto per dire). Non frequentai molto quella via ma
ricordo che la ragazza di allora mi disse, la prima volta che lessi quel nome
sul cartello: “Non lo conosci? E’ il marito di Natalia Ginzburg, la scrittrice”.
Non conoscevo né lui né lei, ma quel nome mi è sempre rimasto impresso, tanto
che spesso, quando mi capitava di trovare libri della Ginzburg, ero in dubbio o
no se comprarne uno o meno, spinto da quel ricordo. Alla fine ho ceduto, ed
eccomi qui con “Lessico Famigliare” tra le mani.
Cara Ginzburg, sei stata promossa (almeno per questo
libro), ma non posso fare a meno di riflettere sul cosa sarebbe successo se quella
ragazza avesse abitato in via Michelangelo, o in via Luigi Tenco o in via degli
oleandri: adesso magari, ne saprei di più di arte, di musica e di botanica. Chissà
che sarebbe successo poi, se avesse abitato in Via Moana Pozzi.
Ubicazione:
Torino, Italia
mercoledì 8 febbraio 2017
Posso essere polemico? Mi fate essere polemico? Sarò padrone di essere polemico?
Per chi come me è
pigro, poco ispirato e soprattutto arido di pazienza e disciplina, il
modo migliore per scrivere un buon libro è: non scrivere alcun
libro. Oppure scriverlo a rate, magari trasformando le rate in
semplici raccontini, per poi metterli insieme e spacciarli per libro.
Ma vale? O è considerato barare? A quanto pare non è peccato: le librerie sono
piene di “raccolte di racconti”, magari di un autore famoso che
ha già scritto qualcosa ed è stato convinto dall’editore a
pubblicare tutti i raccontini chiusi nel cassetto, che adesso possono
valere qualche migliaio di copie vendute. Metto le mani avanti: non
è che sia vietato pubblicare racconti, ma almeno avvertite. Almeno scrivete
sulla copertina che si tratta di racconti e non di un romanzo. Voi
direte: basterebbe leggere la quarta di copertina per scoprire
l’arcano! Ma io vi dico che sono pigro (anzi ve l’ho già detto
nelle prime righe) per cui voglio che la questione mi sia chiarita
subito, senza dovermi leggere ogni quarta di copertina della libreria.
![]() |
Insomma,
avrete capito da questo mio borbottare che recentemente mi è
capitato di cercare un romanzo e di tornare a casa con una serie di
racconti. Volevo approfondire la letteratura sudamericana, in
particolare Luis Sepulveda, che avevo apprezzato nel sempre mitico
“La gabbianella e il gatto che le insegnò a volare” , ma invece
di un bel librone mi sono ritrovato a leggere una ventina di
racconti di tre o quattro misere pagine ciascuno. Questa è una vera e
propria ingiustizia. Ok, ammetto che i racconti erano
piacevoli e che Sepulveda è molto bravo ad osservare le cose e a
riportarle con semplicità, ma vuoi mettere un bel romanzo invece che
tanti raccontelli non legati tra di loro? Se inizi a raccontarmi la vita di un immigrato italiano in Patagonia, dico io, continua, magari mi interessa anche, non ti fermare dopo tre pagine.
Forse sarebbe il caso che
la smettessi di parlar male delle raccolte e cominciassi a
raccogliere i miei di racconti. Certo non mi considero all’altezza
di Sepulveda ma almeno, vedendo i racconti uno sopra l’altro (o un
foglio excel dopo l’altro), potrei quasi credere di aver scritto
già una buona parte di un discreto libro. E se anche poi non fosse vero,
sarebbe almeno una piacevole illusione passeggera, come le rose del
deserto di Sepulveda, che fioriscono solo un’alba all’anno e
che muoiono subito, arse dal sole di mezzogiorno. E dopo questa chiusura poetica e romantica, scusate ma vado a scrivere un
racconto su un cactus che ho piantato in giardino a novembre e che
una notte di gelo invernale, ha strappato alla vita e all’affetto
dei cari. Questo post è dedicato a te, amico cactus.
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lunedì 16 gennaio 2017
Pastorale Americana. Ho detto tutto.
Pastorale Americana di Philip Roth è stupendo. Non c'è nemmeno bisogno di fare un'introduzione simpatica o di raccontare qualche aneddoto per presentare il libro; si va direttamente al sodo. Pastorale Americana è totale, definitivo, irripetile. Philip Roth ha scritto decine di libri ma mi chiedo come abbia fatto, come si possa pensare di scrivere altro dopo aver partorito questo. Non riesco nemmeno a dire che mi sarebbe piaciuto scrivere un libro del genere perché è impossibile scrivere un libro del genere, anche solo immaginarlo. Ma che ne so, Roth si sarà alzato una mattina e avrà pensato: "Voglio scrivere un romanzo sull'America e abbracciare gli anni 40, 50 e 60. Voglio raccontare la storia di una famiglia della medio-alta borghesia e la perfezione della vita di un uomo che si disintegra di fronte alle scelte della figlia". Bhé facile avrà pensato, basta cominciare a scrivere e il resto verrà da sé. Bella roba, la fa semplice il tipo, il resto sarà anche venuto da sé ma è cosa dell'altro mondo.
I personaggi non sono tanti e proprio per questo Roth si prende tutto il tempo per aprirli come un modellino di "Esplorando il corpo umano" e analizzarli, pezzo per pezzo: cuore, cervello, mani, polmoni, occhi, sangue, tutto. C'è tutto in questo libro. Ci sono addirittura delle parti noiose, ma chi se ne importa, in fondo, dico io, anche le parti noiose sono difficilissime da scrivere. Se vi chiedessero di scrivere un racconto noiosissimo, pieno di descrizioni e di pensieri che si accavallano, voi sareste capaci? Pastorale Americana è capitata sul mio cammino per caso: non fosse uscito il film al cinema probabilmente non lo avrei mai letto. Ma è stato come incontrare la donna della tua vita su un treno che non dovevi prendere. Un'avventura lunga (perché non è banale da leggere) e intensa. Meglio di così non si può chiedere.
Non credo di dover aggiungere altro sulla trama che in effetti è molto semplice. Non so se voglio vedere il film; forse si forse no. Ho solo letto che molti lo hanno criticato perché non riesce a trasmettere le sensazioni del libro. E ti credo. L'unico modo per trasmettere le sensazioni del libro è fare un film in cui l'attore legge ad alta voce il testo. Non scriverò mai un libro così ma mi consolo, probabilmente non lo scriverà nessun'altro. Ci dovremo accontentare di leggerlo. E anche riuscire a finirlo tutto non è una cosa banale. Saluti.
I personaggi non sono tanti e proprio per questo Roth si prende tutto il tempo per aprirli come un modellino di "Esplorando il corpo umano" e analizzarli, pezzo per pezzo: cuore, cervello, mani, polmoni, occhi, sangue, tutto. C'è tutto in questo libro. Ci sono addirittura delle parti noiose, ma chi se ne importa, in fondo, dico io, anche le parti noiose sono difficilissime da scrivere. Se vi chiedessero di scrivere un racconto noiosissimo, pieno di descrizioni e di pensieri che si accavallano, voi sareste capaci? Pastorale Americana è capitata sul mio cammino per caso: non fosse uscito il film al cinema probabilmente non lo avrei mai letto. Ma è stato come incontrare la donna della tua vita su un treno che non dovevi prendere. Un'avventura lunga (perché non è banale da leggere) e intensa. Meglio di così non si può chiedere.
Non credo di dover aggiungere altro sulla trama che in effetti è molto semplice. Non so se voglio vedere il film; forse si forse no. Ho solo letto che molti lo hanno criticato perché non riesce a trasmettere le sensazioni del libro. E ti credo. L'unico modo per trasmettere le sensazioni del libro è fare un film in cui l'attore legge ad alta voce il testo. Non scriverò mai un libro così ma mi consolo, probabilmente non lo scriverà nessun'altro. Ci dovremo accontentare di leggerlo. E anche riuscire a finirlo tutto non è una cosa banale. Saluti.
mercoledì 4 gennaio 2017
Vi racconto di un libro brutto ma così brutto ma così brutto, che se ve lo consiglia qualcuno, sappiate che quel qualcuno vi odia segretamente.
Quante volte ho scritto su questo blog di libri che ho visto per anni in libreria e ho sempre desiderato leggere? Un pò perché sono povero, un pò perché sono tirchio, un pò perché non si possono comprare cento libri al mese, ci sono libri che sfioro sempre da Feltrinelli o da Arion ma che non prendo mai. Uno di questi era "Un giorno questo dolore ti sarà utile" di Peter Cameron. Alla fine non ho resistito e l'ho preso (ovviamente al Mercatino dell'usato), così mi sono tolto la soddisfazione di leggerlo e di placare quella mia brama che mi aveva accecato e convinto che dietro quella copertina ci fosse certamente un capovaloro. Ahi, come mi sbagliavo. Non so se Cameron sia un genio della letteratura e io abbia preso un abbaglio ma se qualcuno mi avesse detto che questo libro era un opera prima di uno scrittore sfigato, ci avrei creduto senz'altro. Intendiamoci, non è che sia scritto male o che non sia un libro che si faccia leggere ma è davvero senza senso. O meglio, lo avrei potuto scrivere anche io, se solo fossi uno scrittore.
La trama è la seguente: c'è un ragazzino viziato di New York che ha appena finito il liceo e non vuole andare all'università. In realtà non vuole nemmeno lavorare e non si sa bene cosa voglia fare nella vita. Forse non vuole fare niente, forse vuole andare a vivere da solo in una casa sperduta in qualche stato centrale d'America, forse vuole innamorarsi di un uomo, forse vuole essere vecchio come l'adorata nonna e fare un salto dai 18 direttamente ai 60 anni. Certamente nella mia valutazione, influisce anche il fatto che il ragazzino sia odioso e che andrebbe preso a calci dalla prima all'ultima pagina, possibilmente anche nel sommario e nei ringraziamenti (che non ricordo se ci siano o meno, ma in effetti chi ti vuoi ringraziare dopo sto romanzetto).
Allora la questione qual è? Vale la pena leggere un libro che scrivereste anche voi? Vale la pena passare una mezza giornata (perché quello il tempo che ci vuole) a leggere la storia di un ragazzino che prendereste a bastonate in faccia dalla prima all'ultima riga? Fate un pò voi, che vi devo dire? Io avverto soltanto, di più non posso fare. La prossima volta che andrete in libreria e troverete quella copertina con quel ragazzetto che salta sul corrimano di una scala, sappiate che è quel ragazzino viziato. Sappiate che vorrete picchiarlo selvaggiamente e sappiate che il sor Cameron secondo me ha scritto sto libro tanto per scriverlo e probabilmente glielo hanno pubblicato perché era raccomandato. Beato lui.
La trama è la seguente: c'è un ragazzino viziato di New York che ha appena finito il liceo e non vuole andare all'università. In realtà non vuole nemmeno lavorare e non si sa bene cosa voglia fare nella vita. Forse non vuole fare niente, forse vuole andare a vivere da solo in una casa sperduta in qualche stato centrale d'America, forse vuole innamorarsi di un uomo, forse vuole essere vecchio come l'adorata nonna e fare un salto dai 18 direttamente ai 60 anni. Certamente nella mia valutazione, influisce anche il fatto che il ragazzino sia odioso e che andrebbe preso a calci dalla prima all'ultima pagina, possibilmente anche nel sommario e nei ringraziamenti (che non ricordo se ci siano o meno, ma in effetti chi ti vuoi ringraziare dopo sto romanzetto).Allora la questione qual è? Vale la pena leggere un libro che scrivereste anche voi? Vale la pena passare una mezza giornata (perché quello il tempo che ci vuole) a leggere la storia di un ragazzino che prendereste a bastonate in faccia dalla prima all'ultima riga? Fate un pò voi, che vi devo dire? Io avverto soltanto, di più non posso fare. La prossima volta che andrete in libreria e troverete quella copertina con quel ragazzetto che salta sul corrimano di una scala, sappiate che è quel ragazzino viziato. Sappiate che vorrete picchiarlo selvaggiamente e sappiate che il sor Cameron secondo me ha scritto sto libro tanto per scriverlo e probabilmente glielo hanno pubblicato perché era raccomandato. Beato lui.
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Ubicazione:
New York, NY, USA
mercoledì 28 dicembre 2016
I am Marco Di Luzio and I want to tell you the story of Mafia in Mumbai, India
Un giorno andai a pranzo con un americano che lavorava vicino al mio ufficio. Sono assolutamente certo che ci trovassimo simpatici a vicenda (almeno a me lui stava simpatico) e che il trucco per mantenere viva e costante questa simpatia, fosse il fatto che non eravamo in grado di capirci. Io tentavo di parlargli in un inglese da prima elementare mentre lui rispondeva nel suo meraviglioso italiano fatto di verbi all'infinito e di zero sostantivi. In questo pranzo fatto più di cibo che di grandi discorsi scientifici, riuscii a chiedergli quale fosse il suo libro preferito e lui mi rispose "Shantaram" di Gregory David Roberts. Conoscevo il libro, se non altro per la mole indicibile e lo spazio che occupava (una singola copia) in mezzo agli scaffali delle librerie. Lo avevo sempre osservato da lontano (il libro intendo, non il simpatico [sulla fiducia] americano) ma non mi ero mai sentito particolarmente attratto, non per le dimensioni quanto per l'ambientazione: l'India.
A volte me ne dimentico anche io, ma in India ci sono stato qualche anno fa e non è stato certo un viaggio da sogno. Non per le persone che ho incontrato quanto per l'ambiente. Non mi sono mai sentito veramente a casa o a mio agio nelle strade e tra la gente, come se mi trovassi in un mondo totalmente diverso dal mio, come se fossi in altro pianeta. Probabilmente ero davvero in un altro pianeta e proprio per questo l'India (o le mille indie all'interno dell'India) è un continente che o ami o odi. Io mi riservo di rispendere in una prossima vita; magari l'India merita una seconda possibilità. Comunque, dopo questa ampissima introduzione, passiamo al libro: grazie amico americano che mi hai fatto conoscere Shantaram! Un romanzo meraviglioso, scritto con il cuore e come se fosse il testamento spirituale dell'autore. Shantaram è la storia della vita di Roberts, una parte dell'incredibile vita di Roberts; che nasce in Australia, scappa da una prigione, si ritrova a Bombay, fa mille altre cose fantastiche e alla fine (anche se nel libro non è raccontato), si ritrova nuovamente in prigione in Australia. Nel mezzo ci sono 1200 pagine di racconto, un po' di verità e un po' di fantasia, visto che è stato scritto solo anni dopo che le vicende erano accadute. In mezzo, c'è un uomo che arriva a Bombay senza niente, non solo materialmente ma anche spiritualmente e si ritrova a vivere un viaggio che è una quotidiana crescita personale e spirituale, senza che si nomini mai Dio ma una spiritualità che è filosofia e umanità.
Sarebbe troppo facile dirvi di leggere Shantaram e di farlo perché è un libro bello: vi dico di leggerlo perché potrebbe addirittura diventare il vostro libro del cuore, come per il mio amico americano. Metto subito le mani avanti e vi dico che non è diventato il mio libro preferito, quello credo che sia ancora il Deserto dei Tartari (forse, dipende dai giorni), però vi dico di dare fiducia a questo libro e a voi stessi e provare a leggerlo. Tanto siete ancora in vacanza e vi assicuro che rispetto ai mattoni russi, questo è un romanzetto che si legge in una notte. Una notte molto molto lunga. अलविदा मेरे दोस्त (alavida mere dost, arrivederci amici miei).
A volte me ne dimentico anche io, ma in India ci sono stato qualche anno fa e non è stato certo un viaggio da sogno. Non per le persone che ho incontrato quanto per l'ambiente. Non mi sono mai sentito veramente a casa o a mio agio nelle strade e tra la gente, come se mi trovassi in un mondo totalmente diverso dal mio, come se fossi in altro pianeta. Probabilmente ero davvero in un altro pianeta e proprio per questo l'India (o le mille indie all'interno dell'India) è un continente che o ami o odi. Io mi riservo di rispendere in una prossima vita; magari l'India merita una seconda possibilità. Comunque, dopo questa ampissima introduzione, passiamo al libro: grazie amico americano che mi hai fatto conoscere Shantaram! Un romanzo meraviglioso, scritto con il cuore e come se fosse il testamento spirituale dell'autore. Shantaram è la storia della vita di Roberts, una parte dell'incredibile vita di Roberts; che nasce in Australia, scappa da una prigione, si ritrova a Bombay, fa mille altre cose fantastiche e alla fine (anche se nel libro non è raccontato), si ritrova nuovamente in prigione in Australia. Nel mezzo ci sono 1200 pagine di racconto, un po' di verità e un po' di fantasia, visto che è stato scritto solo anni dopo che le vicende erano accadute. In mezzo, c'è un uomo che arriva a Bombay senza niente, non solo materialmente ma anche spiritualmente e si ritrova a vivere un viaggio che è una quotidiana crescita personale e spirituale, senza che si nomini mai Dio ma una spiritualità che è filosofia e umanità.
Sarebbe troppo facile dirvi di leggere Shantaram e di farlo perché è un libro bello: vi dico di leggerlo perché potrebbe addirittura diventare il vostro libro del cuore, come per il mio amico americano. Metto subito le mani avanti e vi dico che non è diventato il mio libro preferito, quello credo che sia ancora il Deserto dei Tartari (forse, dipende dai giorni), però vi dico di dare fiducia a questo libro e a voi stessi e provare a leggerlo. Tanto siete ancora in vacanza e vi assicuro che rispetto ai mattoni russi, questo è un romanzetto che si legge in una notte. Una notte molto molto lunga. अलविदा मेरे दोस्त (alavida mere dost, arrivederci amici miei).
Ubicazione:
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