domenica 11 agosto 2013

D'acqua sotto i ponti delle marane n'è passata. E' il resto che è rimasto uguale.


Ogni volta che decido di andare a Trastevere per una passeggiata, spero sempre di trovare la ZTL di via della Lungara aperta. Da lì, mi basta entrare nella prima stradina e ritrovarmi in breve su vicolo di San Francesco di Sales, dove in fondo, ma in fondo in fondo, trovo sempre il parcheggio che cerco, anche in quei sabato sera più neri, dove i motorini faticano a passare e le Smart sono in difficoltà come le auto di noi comuni mortali. Parcheggio nel mio angolo di paradiso e passo a piedi di fronte l’ingresso del carcere. Alzo lo sguardo e vedo il muro giallo e invalicabile, e so che li dietro, oltre che i sospiri e la rassegnazione dei carcerati, c’è anche il cupolone di San Pietro, che forse non lo sapete, ma in linea d’aria sta davvero a poche centinaia di metri. Che poi parlo facile, a farvi credere che io che San Pietro stava là dietro lo sapevo da una vita. Mica è vero. Me ne sono accorto solo ora, che leggendo “I Borgia” di Alexandre Dumas, ho scoperto che a piedi, da Piazza San Pietro a Via della Lungara, non ci vuole nulla, soprattutto se sei il figlio legittimo di un futuro papa che deve correre da sua madre ad aggiornala sulla tecnica scelta per comprare i voti dei vescovi già chiusi in conclave.
Sentite qui: “E’ vero che la sosta non fu lunga, perché appena ebbe fino di leggere la lettera, o meglio il biglietto ricevuto in modo tanto misterioso e tanto strano, lo mise nel portafoglio d’argento, e, sistemando il mantello in modo da coprirsi il viso, riprese di buon passo la strada attraverso Borgo Santo Spirito e imboccò via della Lungara, che percorse fin dopo la chiesa di Regina Coeli. Arrivò là, batté rapidamente tre colpi alla porta di una bella casa, ed essa si aprì subito. Salì in fretta le scale, ed entrò in una camera dove lo aspettavano due donne, con manifesta impazienza”. 

Ed è solo l’inizio di un romanzo, che se proprio non avete la forza di chiuderlo e cuocervi nell’attesa, divorerete in un giorno, affamati di curiosità e sapere. Ci son tanti fatti veri ed un pizzico di fantasia, nell’arte che Dumas ha di raccontare undici anni di una Roma, un’Italia e un’Europa, dominate dagli intrighi di papa Alessandro VI al secolo Rodrigo Borgia. Leggerete di come il papa comprò i voti per farsi eleggere, di come la bella figlia Lucrezia sposò mezza Italia per compiacere la sete di potere del padre, di come il figlio Cesare, detto il duca Valentino, prima uccise il fratello e poi soggiogò la Romagna a suon di spada e tradimenti, di come a Roma, ogni scusa era buona per fare festa: dalla conquista di una città lontana, al ritrovamento dell’ennesimo cadavere nel Tevere (comunque si, il papa aveva dei figli, avete capito bene). Non bisogna dimenticare però che Dumas è francese e se anche non lo sapessimo, dal romanzo, traspare evidente questo suo ancestrale e genetico patriottismo, che tutto misura, nella scala di valori in cui il suo paese è sempre la massima vetta di ogni cosa mai fatta e futura. E così Roma viene descritta come un posto dove nessuno lavora ma tutti mangiano e son felici, i sovrani francesi sono i più forti e i più onesti dell’emisfero e gli italiani sono si i migliori generali e strateghi del mondo, ma tanto i francesi li hanno studiati e superati ormai da tempo.
 
Detto questo, il romanzo è una finestra aperta, più o meno fedele, su un passato oscuro e allo stesso tempo affascinante della nostra storia. Un passato che è in parte lo specchio di quello che siamo oggi e in parte la causa. Un passato che riecheggia, nel bene e nel male, in ogni angolo del centro di Roma, che si, sarà sporco, puzzerà di pipi, sarà pieno di strisce blu, ci saranno i parcheggiatori, la metro farà cacare, la gente sarà maleducata, le pantegane sono padrone del fiume, domani andiamo tutti a Berlino perché fa figo eccetera eccetera, ma lì, da millenni, è passata e passa la storia con la S maiuscola, che è talmente importante che non si può non conoscere. Anche se abiti a Trigoria e nell’ottobre del 1503, mentre Pio III diventava papa con i voti comprati da Cesare Borgia, nella tua zona c’erano capanne, banditi e pecore, venti chilometri a nord il conclave e venti a sud la malaria. A parte la malaria, nulla è cambiato.

sabato 27 luglio 2013

Se nun te scierri mai delle radici ca tieni


Andare in macchina in Salento, è una sensazione che almeno una volta nella vita va vissuta. Come un pellegrinaggio a La Mecca per ogni musulmano o il rafting alle Cascate delle Marmore per ogni romano che abbia un minimo di spirito d’avventura. Che tu scelga di passare per Napoli o tagliare per Benevento (ovviamente il mio viaggio immaginario parte sempre da Roma), arrivato al cartello verde che sbarra la Campania e ti accoglie in Puglia, il tuo cuore avrà il primo sussulto. Cavolo, almeno sono arrivato fino a qui! Ma la Puglia non è come il Lazio, che in due ore di autostrada te lo lasci alle spalle, la Puglia non finisce mai e sei hai la sfortuna di beccare anche il traffico estivo di chi va al mare, la Puglia, oltre che non fine mai, diventa anche un incubo, che nemmeno un Ardeatina – Tiburtina carreggiata esterna del Gra può  competere.


Arrivato a Lecce sei convinto di essere finalmente vicino allo spogliarti e buttarti “ammare”, a prescindere che siano le undici del mattino o di sera. Ma è ancora qui che ti sbagli, perché adesso la Puglia è finita si, ma sei in Salento, e non che anche il Salento scherzi a distanze. Lecce – Leuca è un’altra ora di superstrada, una spada grigia che taglia campi arsi dal sole, ulivi che ti sembrano meravigliosi ma che se entri in qualche stradina laterale ne trovi di ancora più belli e cartelli che ti parlano di nomi di paesini che sembrano usciti da qualche saga fantasy o semplicemente inventati da un bambino di cinque anni. Il Salento estivo è un posto magico e affascinante. Il mare è un sogno, la gente è cordiale, il pesce è buono per essere buono. Se non ci siete mai stati e tutti ve ne hanno parlato bene, fidatevi. Almeno una volta nella vostra vita, ci dovete andare. E andateci, su!
Ma il Salento è così bello, che quasi varrebbe la pena di vederlo anche sotto un altro punto di vista. Quello delle tre stagioni che non sono estate. Dell’autunno piovoso, dell’inverno dal vento freddo e della primavera dei primi soli caldi e dei fiori allegri. Questo Salento io non l’ho mai visto, e come me, forse tutti quelli che in Salento ci sono stati nei mesi più caldi. Aspettando che l’ispirazione per questo viaggio autunnale mi colga fecondo, nel frattempo Gianluca Gulluni, nel suo “Il sindaco e il paziente” (Scriptalab edizioni), mi ha dato modo di immergermi, dalla poltrona di casa, nelle atmosfere di un Salento atipico, che il turista non conosce e di cui la televisione non parla mai. Ma l’ho detto prima, il Salento è grande, e Gianluca non parla mica di tutto il Salento, ma di uno spicchio di terra affacciato sull’Adriatico, di poche piccole torri, di paesini che gli abitanti li conti come l’appello della scuola media, di strade che a farle tre volte ad andare e tornare già le conosci come c’avessi sempre vissuto. In questo microcosmo nel microcosmo, Gianluca ci costruisce un romanzo che si svela pian piano sotto gli occhi del lettore, che ti parla di uno spaccato di estrema Italia che nessuno ti ha mai raccontato così e di vite intrecciate in altre vite, che lui con abile fantasia cuce e scioglie. A tratti, la sua scrittura ricorda Sciascia, con quel vocabolario misto di italiano e dialetto, quelle descrizioni dei personaggi così rapide, che in due righe ti racconta tutta la loro vita e hai l’impressione di sapere già tutto di quella persona.
Ma non svelerò nulla della trama, né dei protagonisti, né di altro. Ci sono tanti modi per attirare l’attenzione di un possibile lettore su un libro ed io ho scelto quello della curiosità per una cornice. La cornice in cui questa storia è raccontata: il Salento che c’è ma non si vede, le montagne innevate dell’Albania che son lì che le potresti quasi toccare con un dito, il rumore della risacca del mare che è qui sotto di noi ma è tanto buio che puoi solo immaginarlo. La cornice di un’Italia che non puoi mica dirlo se davvero sei qui o in un altro mondo, la cornice di un mare che oggi è tuo ma ieri era di antichi popoli che hanno scritto la loro e la tua storia, la cornice di un cielo che da’ la vita e porta la morte, in una terra che è l’estremo lembo di un Paese decaduto e allo stesso tempo il centro del mondo. Réclame.
 
 

mercoledì 3 luglio 2013

Tu mi fai girar, tu mi fai girar, come fossi un emigrant.

Qualche anno fa mi capitò di vedere una foto in bianco e nero su un articolo che parlava dell’emigrazione in America agli inizi del novecento. Nella foto era raffigurata una famiglia appena sbarcata ad Ellis Island. La madre con in braccio la figlia più piccola e sulla destra il fratello maggiore che tiene per mano un’altra sorella. La cosa che mi colpì più di tutte, fu il colore delle mani e del volto della madre: nero. Ma non il nero mulatto di una bella abbronzatura di fine estate, bensì il nero di anni di lavoro sotto il sole, di terra, di sporco, di povertà. Lessi l’articolo e scoprii che quella famiglia era italiana. Non era specificato se fossero veneti, lucani, siciliani, napoletani o piemontesi. Erano semplicemente italiani. La foto fu scattata più o meno cento anni fa, ma poteva essere di cinquant’anni più vecchia o di venti più recente: il colore della pelle e le valigie sullo sfondo non sarebbero cambiate.

Guardai la foto e ripensai ai cinque anni del liceo. Ogni mattina il percorso dell’autobus ci portava a passare di fronte ad un grande campo nomadi, ed ogni mattina, immancabilmente, l’autobus a quella fermata si riempiva di rom: famiglie dalla pelle scura di sole, donne con foulard in testa e uomini dal sorriso dorato e dalla lingua incomprensibile. La foto della famiglia italiana non può parlare, ma l’americano medio che vide quei disperati sbarcare su quel molo le voci le sentì eccome ed ebbe forse la mia stessa sensazione del non capire una parola di quello che dicevano.

C’è stato un tempo in cui i rom sull’autobus, gli africani sulla spiaggia, i romeni sulle impalcature e gli indiani al benzinaio, eravamo noi. Noi, che oggi abbiamo rimosso quel passato o che al massimo, ce lo raccontiamo differente da come è stato realmente. I libri di scuola e i film storici ci parlano dell’emigrante ben accolto e dell’italiano brava gente. Ma noi non eravamo né ben voluti né tanto meno brava gente. Gli italiani, soprattutto quelli dalla Liguria in giù, erano considerati europei di serie B e addirittura, in alcuni tribunali del centro degli Stati Uniti, giudicati come neri e non come bianchi. Che non fosse però solo una questione di mero razzismo ma in parte i nostri bisnonni se la cercassero, lo dicono anche le statistiche sul tasso di criminalità e sugli arresti nei primi decenni del novecento negli States. Quasi la metà dei galeotti erano cittadini italiani, ben più della somma di tutte le altre etnie messe insieme (al pari solo dei russi). Ma quello degli USA è solo un esempio. La cattiva impressione che l’italiano faceva all’estero era presente in praticamente tutti i paesi dove l’emigrazione ci ha portato: Australia, Argentina, Svizzera, Francia. Se avete voglia di approfondire l’argomento vi suggerisco il libro di Gian Antonio StellaL’Orda – Quando gli albanesi eravano noi” edito da Rizzoli, dove troverete tante tristi esempi di come il mondo ci vedeva (e spesso ancora ci vede) fino a qualche decennio fa e di come l’emigrato italiano, che oggi appare come ricco e felice tra un ranch australiano e un Columbus Day newyorkese, ieri fosse l’ultimo degli ultimi, un po’ più in alto dei neri e al pari dei cinesi.

Leggerete di come i bambini fossero fatti emigrare e sfruttati dagli stessi italiani, che in pratica facevano un caporalato sulla loro pelle. I maschi a spalare camini in Europa, le femmine a prostituirsi nei bordelli dell’Africa. Leggerete di come i giornali americani descrivevano la vita a Little Italy, di come gli anarchici italiani cercarono di cambiare il mondo e fecero scuola di terrorismo, di come in Svizzera ci fossero sale d’aspetto alla stazione solo per noi (e non per omaggiarci!). Scoprirete insomma quel che i libri di scuola non dicono e l’origine di tanti pregiudizi che il mondo ha verso di noi. Da secoli.

Un’ultima considerazione sulla storia e sulla ruota in cui tutto gira e tutto torna. Oggi, come ieri, stiamo tornado ad essere emigranti e lasciamo in massa questo paese alla ricerca di un futuro migliore. Oggi, più di ieri, però, l’italiano che parte non è quello povero e disgraziato di cento anni fa, ma il laureato che mette il suo potenziale al servizio di altri paesi, con buona pace e tanto orgoglio per chi resta qui: a combattere per entrare in una università scadente e ad aspettare la raccomandazione dello zio di terzo grado arciprete di campagna. In attesa di imbarcarci anche noi per l’America (stavolta in aereo) o nella speranza di veder cambiare le cose qui, intanto cerchiamo di scoprire come eravamo fino a ieri, ma davvero fino a ieri, quando mentre Patty Pravo cantava “La Bambola”, i nostri padri in Svizzera dovevano star zitti per non far capire di essere italiani.

giovedì 6 giugno 2013

Per chi suona la campanella


Quando passai dalle scuole medie al liceo, mi accorsi che tra gli aspetti positivi del grande salto c’era senz’altro l’assenza dei compiti per le vacanze estive. Non più maledetti libri con centinaia di pagine di raccontini da riassumere ed esercizietti di matematica, ma finalmente l’unica cosa che reggesse il confronto con i meravigliosi pomeriggi trascorsi a giocare a pallone: la letteratura italiana.

Tra le decine di libri letti in quelle quattro estati trigoriane, a parte “I Malavoglia”, che dopo una ventina di pagine venne gentilmente riposto nel cassetto meno a portata di mano possibile, tanti libri sono diventanti per me un bel bagaglio culturale che ancora oggi mi porto dietro, tra il desiderio di capire cosa ci sia di tanto avvincente ad Eboli per convincere Cristo a prendersi un appartamento e la rabbia e la rassegnazione dei contadini abruzzesi, cornuti e mazziati in quel di Fontamara. In mezzo a questo mare di libri ce n’era anche uno lunghissimo e voluminosissimo: “La storia” di Elsa Morante.
Il mio rapporto con questo libro iniziò però, nel peggiore dei modi: ordinammo 25 copie e ce le consegnarono in aula in un grande scatolone imballato. Il rappresentante lo aprì davanti alla classe ed io, che ero casualmente al primo banco, scrutai quei 25 mattoni color crema pronti a vivere di vita propria tra le mani di ignari diciassettenni. M’accorsi subito però, che uno dei primi volumi aveva la copertina rovinata e una brutta piegatura sul lato. “Fa che non lo dà a me, fa che non lo dà a me, fa che non lo dà a me”. E fu così che tornai a casa proprio con quello più brutto e capii, se mai avessi avuto ancora dubbi,  che dal giorno dopo mi sarei sempre messo all’ultimo banco. Nonostante l’incomprensione iniziale, con “La storia”, fin dalle prime pagine fu subito grande amore, soprattutto perché il romanzone era ambientato a Roma nel periodo della Seconda Guerra Mondiale e dell’occupazione nazista. Decisamente il mio periodo storico preferito.
Raccontare più di settecento pagine in poche righe non è uno scherzo ma ci proverò comunque: una giovane SS violenta una futura vedova romana, già madre di un figlio quindicenne ribelle e finto simpatizzante fascista. Nasce Giuseppe e non potrebbe scegliere momento migliore per venire al mondo, visto che: siamo in piena guerra, San Lorenzo (dove abita) viene bombardata, vive la tribolata vita da sfollato e i nazisti gli occupano Roma. Una caleidoscopica serie di personaggi (tra cui anche qualche cane) orbitano intorno a lui e alla madre, raccontandosi e raccontando una Roma di borgata, scossa e sconvolta da una guerra che nessuno sa gestire e che nessuno capisce. In un libro così lungo è normale che ci siano ogni tanto delle parti noiosette, ed in effetti, soprattutto qualche monologo pseudo anarchico/comunista finale, rompe il ritmo di un racconto che nel complesso è incalzante, avvincente e pieno di colpi di scena. Insomma, se “La storia” non può considerarsi certamente un romanzetto da ombrellone, resta comunque un capolavoro della letteratura italiana e mondiale, meritevole di lettura, al di là che sia un’anziana professoressa di italiano ad obbligarti (o caldamente consigliarti) a farlo. 

Ora che ricordo, devo confessare che in quelle famose vacanze estive liceali, anche la professoressa di matematica ci suggeriva sempre qualche libro di esercizi da fare (e per suggerire intendo obbligare). Solo che la mia mente trasformava, per l’appunto, l’obbligo in opzione, e quindi, sceglievo si di comprarlo, ma di compilarlo comodamente in classe, i primi giorni di lezione a settembre, quando l’ombrellone era già incelofanato in cantina e il verde spento del banco sostituiva il giallo secco di aridi ed insettosi campi di grano.

venerdì 31 maggio 2013

Padre nostro che sei elettronico, sia santificato il tuo 01010101010101

Fino a qualche tempo fa ero uno dei più ferventi oppositori degli eReader e di tutto quello che non fosse un profumatissimo e accarezzantissimo libro di carta. Non avevo alcun dubbio sulla bellezza che si celava dietro lo scorrere le righe di un testo tenendo tra le dita le pagine grezze, o scrivere pensieri in cima o in calce, o aprire il libro con delicatezza o piegandone le pagine a metà per lasciare il segno. Insomma, da quando è mondo è mondo, il libro è sempre stato il libro e niente e nessuno mi avrebbe fatto cambiare idea. Poi, dopo aver trascorso mesi a parlar male degli eReader senza averne mai visto uno, ho deciso che forse valeva la pena provarlo e dopo mezzo minuto tra le mani, ho deciso di comprarlo.
In venti per dieci centimetri di tavoletta, ora posso tenere anche 100 libri e in più, non solo non disturba la vista come pensavo (almeno quello non retroilluminato) ma è anche bello da vedere. Con una batteria praticamente semi eterna. Insomma, ho sputato per mesi su un oggetto che poi, alla prova dei fatti, è risultato piacermi da impazzire.

L’euforia per il nuovo giocattolo è durata qualche giorno, dopo di che sono tornato in una libreria e ho comprato un libro. Un libro vero. Ho smesso di leggere quello che avevo iniziato sull’eReader e ho cominciato quello nuovo. Punto. Il libro di cui vi voglio parlare oggi non è nessuno dei due citati prima, ma è “A volte ritorno” di John Niven, il primo e fin’ora unico libro che ho letto sull’eReader. Diciamo subito che il romanzo di Nives è divertente, originale e coinvolgente. Il classico libro da leggere se avete una vita di foschi pensieri e la sera volete staccare il cervello e far lavorare solo un poco la fantasia, giusto quel tanto che serve per creare nella mente le immagini dei personaggi.

Dio torna da una breve vacanza (cinque secoli terrestri) e al suo arrivo in Paradiso si accorge che la Terra che ha lasciato non è più la stessa. L’ultima cosa che lui si ricordava era il Rinascimento, ora trova solo guerre, genocidi e un’umanità senza più speranze né sogni. Così decide di rimandare Gesù sulla Terra, nonostante il figlio non abbia alcuna voglia di scendere di nuovo tra gli uomini. Gesù, giocoforza obbediente, stavolta raccoglierà i suoi nuovi “apostoli” tra gli sbandati degli Stati Uniti e proprio lì parteciperà ad un talent show musicale, per riuscire ad apparire in TV e diffondere a più persone possibile il suo nuovo verbo: “Fate i bravi”. Nonostante i presupposti, il libro non risulta né blasfemo né particolarmente offensivo. Le opinioni sulla Chiesa e sull'umanità che il Gesù di Nives ha, sono praticamente le stesse che ci potrebbe dare un qualsiasi sconosciuto per strada e quindi il libro risulta divertente e davvero alla portata di tutti, senza nessuna pretesa di dare risposte o consigli a nessuno (se non vi fidate, al massimo, non leggetelo!).

La lettura di “A volte ritorno” e la vita dell’eReader, è durata il tempo di un viaggio andata e ritorno in treno tra Roma e Firenze (però su un lentissimo intercity, ci tengo a specificarlo). Dopo di che, come già detto, il rettangolino nero è rimasto a guardarmi nel ripiano della libreria, in attesa che io lo accenda di nuovo, o quanto meno, gli tolga gentilmente un po’ di polvere dallo schermo.

martedì 28 maggio 2013

California here we come


Volo Ryanair Salonicco - Roma. Maggio del 2012. Quattro giorni di Grecia: mare, sole, ottimo pesce e la conferma che il Mediterraneo sforna gente della stessa razza, a prescindere da dove nasci. Italiani, spagnoli e greci sono indistinguibili se presi singolarmente. Quello che fin’ora mi era stato solo detto, ora posso confermarlo. Salgo le scalette dell’aereo e la hostess italiana mi saluta sorridendo. Butto l’occhio su un ripiano sulla destra e vedo un libro: “Sulla strada” di Jack Kerouac. Incredibile. E’ la stessa edizione che ho io. Me l’hanno regalato proprio qualche settimana fa e l’ho letto in una settimana. Forzandomi per fermarmi ogni tanto, così da gustarmelo meglio. Faccio un commento ad alta voce sul libro e senza nemmeno voler attirare l’attenzione della hostess, in effetti lo faccio. Le racconto, tra una valigia posizionata nello scompartimento e una cintura allacciata, che il libro mi è piaciuto un sacco e che fa bene a leggerselo. La hostess sembra soddisfatta ed io le evito di concludere la mia recensione involontaria.
Ho omesso che “Sulla strada” è si interessante, ma tanto tanto lento e soprattutto ripetitivo. Tanto ripetitivo. Kerouac scrive il manoscritto del suo libro nel 1951. L’opera vedrà la pubblicazione solo 6 anni dopo, nel 1957. Un motivo ci dovrà pur essere. La storia è semplice: il libro racconta una serie di viaggi, compiuti nell’arco di pochi anni, del protagonista (nonché autore stesso) attraverso gli Stati Uniti. Droga, alcool, sesso, ritorno alla vita naturale, immensi spazi americani da percorrere a tutta velocità in macchina. “Sulla strada” diventa presto il manifesto della beat generation, ovvero quella generazione americana, metà anni 50, che rifiuta i formalismi e i falsi miti della vita quotidiana, fatta di lavoro, rispettabilità, cura del giardinetto, patriottica guerra di Corea. La risposta a tutto questo è la fuga e la corsa verso sensazioni sempre nuove e più intense, immancabilmente condite da una bella dose di anfetamine. Il risultato di anni (o spesso anche solo mesi), di questa vita a perdere, porta a due possibili conseguenze. O la cancellazione totale di ogni capacità di pensiero e ragione, o la presa di coscienza dell’impossibilità di una vita così e la triste rassegnazione all’omologazione e al ritorno all'ordinario.
Non svelo quale sarà il destino del protagonista ma confermo la mia idea che questo libro può piacervi da impazzire o portarvi ad implodere di noia dopo venti pagine. Come sempre, la verità forse sta nel mezzo. E’ un libro che va letto perché è un caposaldo della letteratura mondiale e perché racconta una pagina di storia americana che è ancora poco conosciuta. Ma non è detto che un grande libro debba essere per forza anche bello, e questo ne è l’esempio. “Sulla strada” è un libro che leggerete una volta ed una volta sola, ma qualcosa di certo vi lascerà. Quanto meno, vi avrà fatto compagnia tra un autostop e l’altro mentre andate verso il Pacifico.
 

domenica 19 maggio 2013

Eravamo noi e Mario Balotelli in cammino


Tra i generi letterari più amati (quanto meno da me), spicca senz’altro il “romanzo storico”, ovvero la ripropozione di fatti, personaggi, eventi, realmente accaduti, raccontati in un romanzo e fusi tra loro con un pizzico di fantasia e qualche cosa di inventato. Il problema del romanzo storico però, è che per esser definito tale, deve trattare di eventi accaduti almeno qualche decennio fa (per esempio oggi si potrebbe già scrivere un bel romanzo storico, che so, sulle Olimpiadi di Roma del 1960). Quando invece si racconta di eventi di una decina d’anni fa, come si può definire il romanzo?
E’ il caso di “Erano solo ragazzi in cammino” dell’americano Dave Eggers, che racconta la biblica avventura di Valentino Achak Deng, un rifugiato politico sudanese, fuggito una quarantina di volte alla morte ed ora responsabile di una fondazione americana, impegnata proprio nell’aiutare i rifugiati sudanesi, in Africa e nel mondo. Se andate su Wikipedia e cercate “Guerra del Darfur”, troverete informazioni sui tre anni di guerra civile (2003-2006) e potrete ricostruire la storia politica, economica e umanitaria del conflitto. Quello che non troverete è invece la vera storia, le vere storie, delle migliaia di morti, dispersi e rifugiati, che quella guerra l’hanno vissuta quotidianamente e che questo libro cerca di raccontare. “Cerca” è in realtà un termine ingiusto, bisognerebbe dire “riesce” a raccontare. Perché le quasi 600 pagine del libro sono la sintesi perfetta di tanti racconti di vite che l’autore ha condensato e ha romanzato in un’opera che trasmette le stesse sensazioni e le stesse emozioni vissute realmente dai protagonisti.
Erano solo ragazzi in cammino” non potrebbe essere titolo più evocativo. La nuda e cruda esperienza di un gruppo composto da migliaia di bambini che partono da un villaggio del Sud del Sudan e per scappare dalla guerra e dalla morte si incamminano verso l’Etiopia, attraverso foreste, leoni, soldati, fame vera e notti nere senza speranza. Poi, per chi è riuscito a sopravvivere, la vita nei campi profughi, ogni giorno che si ripete sempre uguale, la miseria di un pasto al giorno ma l’orgoglio e la fierezza di cercare anche lì di crearsi una vita, la propria indipendenza, alimentare un sogno, anche il più piccolo.

Leggi il libro, più o meno tutto di un fiato e poi ti fai un bel esamino di coscienza e realizzi che non solo fai parte della specie umana e quindi anche per questo dovresti sentirti un po’ una merda, ma soprattutto ti vien voglia di fare qualcosa per queste persone, ma a quel punto ti senti ancora più una merda, perché sai già che non lo farai. Infine, guardi la copertina del libro e hai l’impressione che la figura che hai lì davanti, assomigli un sacco a Mario Balotelli. E così realizzi che nella vita, in fondo, è solo una questione di fortuna. Qualsiasi sia la tua storia e qualsiasi cosa tu abbia vissuto o superato per arrivare ad essere quello che sei (un calciatore o il responsabile di una fondazione umanitaria), quel che conta è che tu sappia sfruttare la tua occasione ed essere felice di quello che hai. Perché in fondo, tra quei ragazzi in cammino, è stato solo un fortuito caso che non ci fossimo anche noi.