giovedì 23 ottobre 2014

Un dì, s’io non andrò sempre fuggendo di mercatino dell’usato in mercatino dell’usato


E’ un po’ che non leggo un bel libro, principalmente perché non ho tempo e secondariamente perché quando ho tempo, preferisco fare altro, tipo relazionarmi con il gentil sesso. Non leggendo libri dunque, non scrivo più articoli e la cosa devo dire mi dispiace, forse molto di più del fatto in sé di non leggere. Ecco perché ho deciso di buttar giù queste righe, primo per farmi “sentire” dopo qualche mese, poi per stimolare la mente, hai visto mai tornasse l’ispirazione per la lettura (senza che se ne vada, si spera, quella per il suddetto gentil sesso). In effetti un libro lo avrei anche letto recentemente, ma contrariamente a quanto faccio di solito, mi sono buttato sulla saggistica piuttosto che sui romanzi.

Andiamo per ordine. A Mostacciano, ridente quartiere periferico di Roma sud sud sud, c’è un mercatino dell’usato che da quel che so dovrebbe essere una specie di franchising sparso per lo Stivale. Questo mercatino (che poi è enorme ed è al coperto), ha il pregio di avere un sacco di bellissimi oggetti di antiquariato in legno (che io amo anche se non saprei dove mettere), vinili (che io amo e quelli so dove metterli) e libri usati (che io amo sia perché so dove metterli sia per il prezzo irrisorio). Quando non ho nulla da fare e la Stella Cometa nel cielo mi porta in pellegrinaggio a Mostacciano, faccio sempre un salto al mercatino e compro qualche libro, anche se so che non lo leggerò mai. Tanto costano poco (dovrei scrivere un post su quanti libri ho comprato e sono anni che aspettano che io li legga). L’ultima volta ho comprato un libro sulla numerologia, antica scienza (se scienza vogliamo chiamarla, anzi, chiamiamola disciplina) che studia i numeri, o meglio la funzione magica dei numeri. Il fatto che non riesca nemmeno a spiegare cosa sia la numerologia dovrebbe di per se farvi capire quanto questo libro mi abbia aperto la mente, ma a dire il vero il libro mi è piaciuto, proprio perché lo scopo dell’autore (un tale che insegna Shakespeare nelle università americane ma che nel tempo libero studia l’occultismo), non era quello di scrivere un trattato di numerologia, bensì dare un’alternativa gratuita al lettore, per auto-predirsi il futuro con i numeri. 

Partendo dal presupposto che per la numerologia i numeri da prendere in considerazione sono solo dall’1 al 9 (e occhio che il 9 porta pure sfiga a quanto dire) ho scoperto, in base al nome e alla data di nascita, che il numero del mio destino è il 2, mentre quello che guida il mio cammino attraverso questa vita è il 5. Vi chiederete che cosa possa interessare me e soprattutto voi, tutto questo. Nulla, appunto. Però il libro è scorrevole e tutto sommato divertente, cosa che non mi aspetterei certo da un saggio. Considerando poi che non sapevo nulla dell’argomento, non può che avermi insegnato qualcosa, da usare in un futuro come vorrò, magari vincendo dei soldi a “chi vuol essere milionario” con una bella domandona sulla numerologia (a proposito, lo fanno ancora il programma?).

La morale di questo post, iniziato come esercizio di stile per tenermi in forma con la scrittura, è in fondo quella di invitarvi, ogni tanto, a leggere qualcosa che non avreste mai pensato di leggere nella vostra vita. Probabilmente non vi cambierà la giornata né sicuramente vi spingerà a licenziarvi e a buttarvi sulla lettura dei tarocchi a Via del Corso, ma certamente vi lascerà un qualcosa e comunque, potrà sempre rivelarsi un argomento utile da tirar fuori in discoteca, quando a l’ennesimo rifiuto della polacca in trasferta a Roma, giocherete la vostra ultima carta chiedendo: “Qual è il tuo numero del sentiero?”. Non rimedierete un bacio, ma se il suo numero sarà 9, almeno saprete che la tipa avrà una vita piuttosto sfortuna. Tiè, pija e porta a Varsavia.

martedì 16 settembre 2014

Buon uomo, può passarmi quell'Italo Calvino per cortesia?



Leggo “Storie di ordinaria follia” di Charles Bukowski e ad un certo punto appare un nome: Chinaski. Dove l’ho già sentito sto nome, mi domando. Chinaski, Chinaski. Aspetta, era qualcosa del tipo: Mr Chinaski. Ecco si. Mr Chinaski, Mr Chinaski. Ma certo. My name is Tanino. Quando Tanino arriva negli Stati Uniti, tra le prime persone che va a cercare, oltre ad una bella americanina conosciuta in Sicilia, c’è proprio questo Chinaski. Nel film è un vecchio regista sgangherato, che muore tra l’altro, la stessa notte che conosce Tanino. Quindi ho appena scoperto che nel film c’è un omaggio velato a Bukowski. Ed io che pensavo di sapere tutto di quel film. Che capolavoro ragazzi. Guardatelo e zitti. 



Continuo a leggere Bukowski e mi viene il dubbio che nella vita abbia sbagliato totalmente modo di vedere le cose. Sono dell’idea che quando un autore è famoso e letto da tutti, io automaticamente non lo debba leggere, perché nella mia visione del mondo voglio ergermi ad alternativo della letteratura e dedicarmi a letture che non siano di moda (ma che spesso son pallose!). Allora Dio benedica chi me lo ha prestato questo “Storie di ordinaria follia” e m’ha detto semplicemente: leggi e zitto. Mi ha permesso di capire quanto mi sbagliassi sull’idea che se un autore lo leggon tutti, allora deve far schifo ed essere commerciale. 

In questo libro, nel dettaglio, ci sono una serie di storielle, dalle cinque alle venti paginette, dove il tema è sempre lo stesso: il sesso. Ma è un sesso divertente, che non esalta i protagonisti per la loro virilità, ma li deride per il loro essere semplicemente esseri umani. Non c’è storia poi, in cui il protagonista o le comparse, non si scolino litri di alcool, possibilmente birra. E vi posso assicurare che si parla talmente tanto di birra e whisky che uno alla fine si convince ad alzarsi dal divano e andarsi ad aprire davvero una birra. Altro che pubblicità subliminale. Molte delle storie, si dice, siano state ispirate da esperienze reali vissute da Bukowski, altre dico io, molto probabilmente sono frutto di racconti da bar, fatto sta che il tutto è terribilmente piacevole e che un enorme applauso va fatto a chi questo libro l’ha tradotto in italiano, perché si riesce ad avere comunque una minima idea di come deve suonare in originale, nello slang più slang possibile dell’inglese americano da bettole.

Non so se mi succederà come con Douglas Adams o Bruce Chatwin, per cui dopo aver letto un libro ho voluto leggere tutti gli altri, ma se anche fosse, mi sembra che questo Bukowski valga la pena di essere approfondito, quanto meno per passare piacevolmente il tempo quando si è sotto l’ombrellone, anche se siamo quasi in Ottobre. D’altronde, come si dice, solo gli stupidi non cambiano idea. Ed io sulla storia della letteratura alternativa, stupido fui. Ora posso mettermi il cuore in pace ed aprire finalmente Calvino, che non ho mai voluto leggere perché tutti adoravano. Poi passerò a Federico Moccia. Ma lì secondo me, saranno cazzi. Io e te, tre metri sopra Tanino.

giovedì 5 giugno 2014

Comprami, io sono in vendita, ma non mi credere irraggiungibile

Meglio di un mercatino dell’usato che vende libri c’è solo una cosa: la biblioteca. Solo che in biblioteca le cose le devi riportare, al mercatino invece ti porti tutto via, e spendi per un libro quanto faresti per comprare tre biglietti dell’autobus (sempre se li compri). Un’ora davanti ad una decina di scaffali, irti di libri, catalogati in ordine alfabetico d’autore. Tutto a 3, 4, massimo 5 euro. Va bé, mi tremano le gambe, sento che il demone della cultura a poco prezzo sta per impossessarsi di me. Chiamate un esorcista, e ditegli di portare un carrello. C’è da riempirlo. 

La Marcia di Radetzky” di Joseph Roth, mi sorride con la sua copertina marroncino triste a cui fa da contraltare però, un’introduzione invitante: romanzo storico sull’apogeo e caduta dell’Impero-Austroungarico. Capirai, e quando me lo faccio scappare. Qui c’è il rischio di leggersi 420 pagine tutte di un fiato, e a soli 3,90 euro. Ma da qui comincia un’altra storia, non quella della battaglia di Solferino né quella della Prima Guerra Mondiale vista dagli occhi del nemico austriaco. Qui inizia la storia dell’eterna lotta tra libro e lettore, dell’eterna lotta nella quale si vince o si perde, ma mai si pareggia. Un libro o lo finisci o lo abbandoni, e quando lo abbandoni, la sconfitta è bruciante e il senso d’amarezza t’invade. Ma poi mi domando: meglio il senso d’amarezza o peggio la pesantezza di passare sere a leggere pagine che non ti attraggono e ad aspettare nella storia, svolte che non arrivano? 

Voi da che parte state? Siete quelli che un libro non lo mollereste mai, anche se aveste cominciato, per errore, a leggere un manuale di fisica nucleare in papuanuovoguineiano? (senza figure!). O avete il coraggio di dire basta, se proprio un libro non vi ispira? Se appartenete a quest’ultima categoria, io sono con voi, fratelli. “La Marcia di Radetzky” sarà pure sto capolavoro della letteratura, ma dopo 10 pagine ho sentito la sensazione di lentezza invadermi il corpo e dopo 20, l’orologio dell’entusiasmo non è rallentato, s’è proprio fermato. Per arrivare a pagina 73 c’ho messo un mese, ed in mezzo c’ho piazzato un paio di libri letti contemporaneamente, qualche rivista scientifica ed un Dylan Dog, che non guasta mai. Archivio il libro e con lui l’interesse per l’Impero Austroungarico, d’altronde, se sono stati nostri nemici in trecentoventicinque mila guerre, un motivo di sarà stato. E’ un’antipatia da DNA, che il libro del fu Joseph Roth ha solo che confermato. 

Peccato, perché qualche bella descrizione di qualche tramonto oltre le colline c’era, come c’era l’idea del profumo di erba che veniva dagli immensi spazi aperti delle pianure del centro Europa. Forse sarà che non c’era il mare e che per vederlo, il protagonista si sarebbe dovuto fare chissà quanti giorni di cavallo. A sto punto mi faccio tre ore di fila sulla Pontina. A Terracina ce l’avranno Dylan Dog?

lunedì 2 giugno 2014

Capita anche a te, di pensare che al di là del mare.

L’ultima e unica volta che sono stato in Sardegna avevo sei anni. Ho tre ricordi sfocati: le mie gambe immerse in un freddo mare di maggio dopo una lunga passeggiata su una spiaggia di sabbia finissima, le curve strette e le discese ripide e una macchina con i sedili di pelo grigio e la nausea che non ti abbandona, e l’assoluta, perfetta ed unica bellezza di Tharros, che a distanza di 23 anni è ancora per me la cosa più affascinante ed emozionante mai vista. Non sono più tornato in Sardegna e sinceramente, non ho mai pensato davvero di tornarci. L’ho sempre vista come un posto da vacanze per ricchi; un posto in fondo già visto, anche se a pochi anni; al massimo un posto da vedere, si, ma più in là, dopo essermi fatto prima rapire dalle altre mille sfaccettature che colorano il mondo. 

Eppure, se solo sapessi davvero cosa si nasconde dentro la Sardegna, oltre le barche dei vip, oltre le leggende dei rapimenti, oltre l’immagine di un’isola che sembra un enorme rettangolo, di cui tutti conoscono il perimetro bagnato dal mare e pochi sanno cosa c’è nell’area, nel cuore. Se solo sapessi cosa si cela dietro la maschera che la televisione le dà, entrare in un mondo dove non si parla un dialetto, ma una lingua vera e propria, dove il rapporto con gli animali e la natura è come era secoli fa, dove le tradizioni, i riti e i misteri non hanno nulla a che invidiare al fascino che emana un’India induista o un’Africa di spiriti maligni. S’accabadora, nella cultura sarda, è colei che aiuta i morti a morire, o meglio, coloro che non sono altro più che pelle ed ossa, a fare l’ultimo passo verso la morte. Né più né meno un’eutanasia. Prima che il mondo sentisse il bisogno, attraverso dibattiti TV, di interrogarsi sul perché e sul per come di certe morti, l’uomo, nei secoli, ha trovato il modo di fare da sé, istituzionalizzando certi riti, rendendoli  palesi ed accettati da tutti, non come un peccato furtivo da nascondere, ma come una benedizione: per chi va e per chi resta. 

Michela Murgia, nel suo “Accabadora” racconta uno spaccato della Sardegna misteriosa, della Sardegna che nessuno conosce, e lo fa toccando con bravura e un pizzico di ironia, un tema che ai più, può sembrare pesante come una montagna. Quale modo migliore però, per parlare di un tema così, se non decantandolo, diluendolo in un romanzo, ambientato negli anni 50 del Novecento e per questo visto come lontano, meno pericoloso, meno reale. Immergiamoci in una Sardegna che parla di sé stessa attraverso cuccioli di cane murati vivi per maledire i confini di un terreno, negli occhi di un contadino che vede il mare per la prima volta nella sua vita e ne fugge terrorizzato, nei “fill’e anima” tolti alla loro famiglia e adottati da un’altra, nel vento caldo del sud che la notte accarezza l’erba leggera arsa dal sole del mezzogiorno estivo.

Immergiamoci in una storia scritta scegliendo una ad una le parole e componendole in un’armonia perfetta, a dar forma ad un libro tra i più belli e meglio scritti che io abbia mai letto, a comporre un romanzo su un’Isola che tutti conoscono e pochi sanno. Immergiamoci sapendo bene chi siamo mentre mettiamo la testa sotto l’acqua ma senza la certezza di rimanere gli stessi quando la tireremo fuori, quando avremo trovato davanti a noi, il motivo per cui ci siamo tuffati: la ricerca della verità, la ricerca di quello che eravamo e quello che, anche negandolo, sempre saremo. Solo un mare separa noi dalla Sardegna, solo un mare separa quello che eravamo, da quello che qui ci siamo dimenticati di essere: santi, diavoli, uomini.
 

mercoledì 21 maggio 2014

It's raining man! Thank you Giove!

Adriano non era come la maggior parte dei romani dell’epoca: bisex. Adriano era proprio gay. Anzi, era quel tipo di gay che con le donne non ci va nemmeno troppo d’accordo, soprattutto con la moglie, che era stato costretto a sposare per esigenze di facciata ma dalla quale non ebbe né figli né felicità coniugale. D’altronde, Adriano aveva già il suo bel da fare per il mondo, non poteva mica occuparsi della moglie o farsi venire turbe mentali sul perché, quando lei era a Roma lui era a Tivoli o perché, quando lui usciva di casa a comprare le sigarette o a pacificare Gerusalemme, poi rientrava sempre dopo qualche anno, e non chiamava mai a casa.
Quando divenne imperatore, a quarant’anni, decise finalmente che era arrivato il momento di rilassarsi e godersi i piaceri che il suo ruolo offriva. Voleva fondare una città? La fondava. Voleva che la cultura greca si espandesse per l’impero? Ed ecco aprire scuole greche a gogo. Voleva fuggire dal traffico e dal rumore di una Roma che superava il milione di abitanti? Ecco Villa Adriana, a Tivoli, con il cielo stellato e mille servi tutti per se. 
Il mio regno per un cavallo, diceva Riccardo III d’Inghilterra tramite la penna di Shakespeare; un maschietto per il mio regno, diceva Adriano, che si invaghì perdutamente del turco Antinoo, splendido quindicenne, le cui statue oggi adornano centinaia di musei in tutto il mondo. Antinoo, lo schiavo che divenne il preferito dell’imperatore e che ebbe il mondo allora conosciuto ai suoi piedi, finché un giorno il Nilo non lo portò via, affogato o suicida, non si sa, quando aveva appena vent’anni. 

Cammini per Villa Adriana, oggi, e provi ad immaginare come potesse essere un tempo. Impossibile, perché millenni di storia ne hanno cancellato il cuore, lasciando solo qualche contorno sfocato. Ma se si alzano gli occhi al cielo, se si guarda verso l’orizzonte, le montagne che circondano la Villa son rimaste le stesse, gli stessi boschi, gli stessi uccelli, gli stessi fruscii leggeri, notturni, quando nemmeno il rumore delle macchine riesce a disturbare il sacro silenzio di questi viali di terra e leggenda. Un’ora e mezza di cavallo distanziavano il Palatino da Tivoli, oggi con dieci minuti di rapida autostrada, il sentiero si trasforma in asfalto e la stalla per cavalli stanchi in casello. Tutto sembra perduto, tutto sembra lontano e così impossibile da rivivere. L’idea che Roma fosse non una città ma un ideale, un sogno, non mattoni di case ma un corpo unico di uomo, un simbolo per cui combattere e morire. 

Non ha molto senso questo post, lo ammetto, sono giorni che cerco di scrivere qualcosa, ma poi disfo e cancello tutto. Non c’è un motivo per il quale dovreste leggere “Memorie di Adriano” di Marguerite Yourcenar se non che è un libro che va letto, come se fosse un passaggio obbligato nella vita di ognuno, soprattutto se nato e cresciuto in questa nostra Urbe. Immaginate le piccole frasi di recensioni che si leggono dietro i libri quando si compra un bestseller: fantastico, unico, da brividi, e giù nomi noti di note riviste o giornali di tutto il mondo. Ecco, se io dovessi recensire questo libro e scrivere due righe dietro la copertina, tanto per invogliare a leggerlo, direi: “Se siete analfabeti e qualcuno vi sta leggendo queste righe, sappiate che l’unico motivo per cui dovreste imparare a leggere, ce lo ha il vostro amico tra le mani”.  

sabato 12 aprile 2014

Se niente importa, niente è da salvare

Se mi chiedeste se da domani, decidessi volontariamente di non mangiare più una fiorentina o il sushi, io vi risponderei senza dubbio: no. Mi piace la carne al sangue e adoro il sapore del sashimi che si scioglie in bocca. Al massimo, e questa è una cosa che posso e voglio fare, potrei mangiarne di meno, o meglio ancora, mangiarne solo in posti in cui so con quale processo sono finiti nel mio piatto. L’unico modo per esserne certi però, nel caso del sushi ad esempio, sarebbe quello di cucinarselo da soli, andando a comprare il pescato direttamente al porto, magari da piccoli pescherecci a conduzione familiare e poi prepararlo in casa. Stesso procedimento per la carne, magari comprata direttamente dal produttore, con la certezza che, stante la morte inevitabile dell’animale, quanto meno questo abbia vissuto bene, mangiando cose sane e vivendo una vita in comunità, come la lunga storia dell’allevamento ha sempre dettato negli ultimi millenni. Non è un passaggio facile ovviamente (e infatti non sto qui a dire che lo farò sistematicamente e quotidianamente) ma è quanto meno un modo per essere un pochino più consapevoli di quello che mangiamo, senza dare per scontato che quello che ci viene venduto al banco frigo sia il meglio del meglio e soprattutto, sia l’unica alternativa che abbiamo. Certo, comprare carne direttamente dal produttore costa di più, ma garantisce standard di qualità e gusto cui la produzione industriale non può minimamente competere. Sempre che la produzione industriale voglia effettivamente competere, cosa che sembra difficile credere, visiti i metodi utilizzati. “Se niente importa (Perché mangiamo gli animali?)” di Jonathan Safran Foer è un bello spaccato sulla realtà industriale con cui viene allevata, uccisa e distribuita la carne e il pesce a livello statunitense (e in parte mondiale). L’obiettivo dello scrittore non è quello di rendere il lettore vegetariano ma di metterlo al corrente di cosa c’è dentro il suo piatto; trasformarlo da consumatore automatico in consumatore informato. Poi starà a noi decidere se ignorare i fatti o scegliere un’alternativa.

Quello di Foer non è certamente il primo libro sull’argomento, né certo sarà l’ultimo. Ci sono su internet centinaia di video che documentano le atrocità commesse nel sistema di allevamento e mattanza di polli, maiali e bovini, e sono certo al mondo (quanto meno quello occidentale) non c'è persona che non abbia visto almeno una volta uno di questi video e che non sappia quale sia il destino di queste bestie. Il fatto è, e qui mi chiamo in causa per primo, che quelle immagini noi le ignoriamo; ci rattristiamo, ci indigniamo per un minuto, ma poi usciamo e mangiamo un panino da Mc o torniamo a casa la domenica e affoghiamo nella pasta al ragù di mamma. E’ una colpa? No, o meglio si, ma altrettanto o forse meno, del cambiare canale di fronte agli sbarchi di Lampedusa o rinchiudere un anziano dentro una casa di riposo e lasciarlo in balia di estranei. La questione comunque , qui e nel libro, ripeto, non è farci sentire una merda come singoli ma farci aprire gli occhi su un dato di fatto e poi, lasciarci scegliere. Foer dice, sostanzialmente, che chi legge questo libro e vede le immagini su youtube, non può che rifiutarsi di mangiare quella carne. È un dato di fatto incontrovertibile. e' la stessa nostra natura umana che dovrebbe impedircelo. Io dico che, se anche decidessimo comunque di continuare a mangiare la carne, quanto meno varrebbe la pena vederle quelle immagini e soprattutto, leggere questo libro (che tra l’altro costa 12 euro, quindi nemmeno tanto), perché è sempre meglio un’informazione in più che una in meno.

Chiudo sfatando un mito, almeno in parte. Chi possa pensare che “in Italia però è diverso”, si sbaglia. Magari non sarà come negli USA, in cui più del 95% della carne consumata viene da allevamento intensivo, ma anche qui le stragi silenziose esistono e anche qui, gli animali vengono uccisi nei modi più barbari e contro ogni morale ed etica umana (attenzione, non dico è sbagliato uccidere, ma è sbagliato uccidere facendo soffrire).Sul libro non se ne parla, ma su internet si. Fateci un giro. Parola di Francesco Amadori.

giovedì 3 aprile 2014

La granita alla mandorla, con il pane al sesamo, è la morte sua

Prima di partire per un viaggio, qualunque viaggio, sarebbe sempre meglio informarsi su quello che si andrà a vedere. Non parlo però di posti, o chiese, o locali, parlo della gente, degli usi e costumi e modi di essere delle persone che abitano il posto che andremo a visitare. Il modo migliore per conoscere davvero un luogo, un popolo, prima ancora di vederlo, non è comprando una guida turistica, ma leggendo un libro che in quel posto sia ambientato. Così, prima di partire per Catania, ho deciso di andare in libreria e cercare un romanzo che mi raccontasse della Sicilia e mi facesse immergere in quello che di lì a pochi giorni avrei visto. Sicilia, Sicilia, Sicilia e subito, come un lampo, ho capito cosa avrei dovuto cercare: “Conversazione in Sicilia” di Elio Vittorini. Vittorini non si studia a scuola, o meglio, io non l’ho studiato. La Sicilia la si scopre solo attraverso gli occhi di Verga e Pirandello, come le ultime generazioni scolastiche, da decenni a questa parte, hanno fatto. Quale modo migliore allora per imparare qualcosa in più, che magari neanche Sciascia mi aveva trasmesso nel suo “Il giorno della Civetta”? 

Il problema è che io, “Conversazione in Sicilia” alla fine, l’ho letto dopo il viaggio, e quindi non è stata la mia personale anticipazione di ciò che avrei visto, ma il racconto di quello che solo in parte avevo assaggiato e che nei prossimi viaggi, giù in Trinacria, vorrei vedere. Come sempre non racconterò nulla del libro né di personaggi né di fatti, ma scrivo di un treno che viaggia lento da Messina a Siracusa e attraversa la costa est, con il mare alla sua sinistra e l’enorme massa dell’Etna alla sua destra. 

Un treno pieno di uomini ed ogni uomo rappresenta un personaggio tipico della sua terra, come potrebbe essere però un personaggio tipico della nazione intera, come in definitiva, potrebbe essere ognuno di noi, dipinto a tratti leggeri sul quel treno. E poi, il capolinea a Siracusa e il cambio di treno, una linea secondaria, interna, che lenta si arrampica verso le montagne del centro dell’Isola, tra fichi d’india e fantasmi di ragazzi che alzano la mano e salutano, apparsi dal nulla e dal nulla inghiottiti, per sempre. Un altro capolinea e un altro viaggio, stavolta a piedi, attraverso il passato che ritorna, che piano piano riemerge, passo dopo passo, tra una madre che racconta al protagonista della sua infanzia e un paese intero che racconta se stesso: tra malaria, soldati che partono per la guerra, neve sulle montagne e notti con cieli illuminati da milioni di stelle, il socialismo che resta un’utopia, il fascismo, i cimiteri con i fantasmi, il vino che tutto fa dimenticare, la fame, la sete, il tradimento e l’onore, le vecchie e le giovani sul capezzale che succhiano lumache dal guscio, il cinese che solitario vende mercanzia che nessuno comprerà, la multa per un carrettino da arrotino lasciato di fronte ad una bottega, il freddo intenso sulla nave d’inverno, le arance, il monumento ai caduti. 

Vittorini racconta la Sicilia del 1941, ma è come se in Sicilia nemmeno ci fosse, perché in realtà racconta come un uomo vivesse quel 1941, come lo sentisse un intellettuale, che vagava per la sua terra senza più speranza per il futuro non solo suo ma dell’umanità intera. Non sarà la Sicilia del 2014 né tanto meno lo specchio dell’Italia odierna, ma in fondo, dalla realtà di oggi non è poi tanto lontano, perché se oggi il nostro senso di vuoto non viene più dalla carneficina della guerra o dal buio dei totalitarismi, questo senso di vuoto è rimasto intatto in noi, vivo, e paradossalmente, si è fatto più forte, perché oggi non sappiamo più da cosa stiamo scappando, perché oggi non sappiamo più a cosa aggrapparci, in attesa che la luce fuori dal lungo tunnel si faccia più vicina. Capolinea.