Se mi chiedeste se da domani, decidessi volontariamente di non mangiare più una fiorentina o il sushi, io vi risponderei senza dubbio: no. Mi piace la carne al sangue e adoro il sapore del sashimi che si scioglie in bocca. Al massimo, e questa è una cosa che posso e voglio fare, potrei mangiarne di meno, o meglio ancora, mangiarne solo in posti in cui so con quale processo sono finiti nel mio piatto. L’unico modo per esserne certi però, nel caso del sushi ad esempio, sarebbe quello di cucinarselo da soli, andando a comprare il pescato direttamente al porto, magari da piccoli pescherecci a conduzione familiare e poi prepararlo in casa. Stesso procedimento per la carne, magari comprata direttamente dal produttore, con la certezza che, stante la morte inevitabile dell’animale, quanto meno questo abbia vissuto bene, mangiando cose sane e vivendo una vita in comunità, come la lunga storia dell’allevamento ha sempre dettato negli ultimi millenni. Non è un passaggio facile ovviamente (e infatti non sto qui a dire che lo farò sistematicamente e quotidianamente) ma è quanto meno un modo per essere un pochino più consapevoli di quello che mangiamo, senza dare per scontato che quello che ci viene venduto al banco frigo sia il meglio del meglio e soprattutto, sia l’unica alternativa che abbiamo. Certo, comprare carne direttamente dal produttore costa di più, ma garantisce standard di qualità e gusto cui la produzione industriale non può minimamente competere. Sempre che la produzione industriale voglia effettivamente competere, cosa che sembra difficile credere, visiti i metodi utilizzati. “Se niente importa (Perché mangiamo gli animali?)” di Jonathan Safran Foer è un bello spaccato sulla realtà industriale con cui viene allevata, uccisa e distribuita la carne e il pesce a livello statunitense (e in parte mondiale). L’obiettivo dello scrittore non è quello di rendere il lettore vegetariano ma di metterlo al corrente di cosa c’è dentro il suo piatto; trasformarlo da consumatore automatico in consumatore informato. Poi starà a noi decidere se ignorare i fatti o scegliere un’alternativa.
Quello di Foer non è certamente il primo libro sull’argomento, né certo sarà l’ultimo. Ci sono su internet centinaia di video che documentano le atrocità commesse nel sistema di allevamento e mattanza di polli, maiali e bovini, e sono certo al mondo (quanto meno quello occidentale) non c'è persona che non abbia visto almeno una volta uno di questi video e che non sappia quale sia il destino di queste bestie. Il fatto è, e qui mi chiamo in causa per primo, che quelle immagini noi le ignoriamo; ci rattristiamo, ci indigniamo per un minuto, ma poi usciamo e mangiamo un panino da Mc o torniamo a casa la domenica e affoghiamo nella pasta al ragù di mamma. E’ una colpa? No, o meglio si, ma altrettanto o forse meno, del cambiare canale di fronte agli sbarchi di Lampedusa o rinchiudere un anziano dentro una casa di riposo e lasciarlo in balia di estranei. La questione comunque , qui e nel libro, ripeto, non è farci sentire una merda come singoli ma farci aprire gli occhi su un dato di fatto e poi, lasciarci scegliere. Foer dice, sostanzialmente, che chi legge questo libro e vede le immagini su youtube, non può che rifiutarsi di mangiare quella carne. È un dato di fatto incontrovertibile. e' la stessa nostra natura umana che dovrebbe impedircelo. Io dico che, se anche decidessimo comunque di continuare a mangiare la carne, quanto meno varrebbe la pena vederle quelle immagini e soprattutto, leggere questo libro (che tra l’altro costa 12 euro, quindi nemmeno tanto), perché è sempre meglio un’informazione in più che una in meno.
Chiudo sfatando un mito, almeno in parte. Chi possa pensare che “in Italia però è diverso”, si sbaglia. Magari non sarà come negli USA, in cui più del 95% della carne consumata viene da allevamento intensivo, ma anche qui le stragi silenziose esistono e anche qui, gli animali vengono uccisi nei modi più barbari e contro ogni morale ed etica umana (attenzione, non dico è sbagliato uccidere, ma è sbagliato uccidere facendo soffrire).Sul libro non se ne parla, ma su internet si. Fateci un giro. Parola di Francesco Amadori.
(ovvero, tutto quello che avreste voluto chiedere sulla letteratura ma vi siete ben visti dal farlo)
sabato 12 aprile 2014
giovedì 3 aprile 2014
La granita alla mandorla, con il pane al sesamo, è la morte sua
Prima di partire per un viaggio, qualunque viaggio, sarebbe
sempre meglio informarsi su quello che si andrà a vedere. Non parlo però di
posti, o chiese, o locali, parlo della gente, degli usi e costumi e modi di
essere delle persone che abitano il posto che andremo a visitare. Il modo
migliore per conoscere davvero un luogo, un popolo, prima ancora di vederlo,
non è comprando una guida turistica, ma leggendo un libro che in quel posto sia
ambientato. Così, prima di partire per Catania, ho deciso di andare in libreria
e cercare un romanzo che mi raccontasse della Sicilia e mi facesse immergere in
quello che di lì a pochi giorni avrei visto. Sicilia, Sicilia, Sicilia e
subito, come un lampo, ho capito cosa avrei dovuto cercare: “Conversazione in
Sicilia” di Elio Vittorini. Vittorini non si studia a scuola, o meglio, io non
l’ho studiato. La Sicilia la si scopre solo attraverso gli occhi di Verga e
Pirandello, come le ultime generazioni scolastiche, da decenni a questa parte,
hanno fatto. Quale modo migliore allora per imparare qualcosa in più, che
magari neanche Sciascia mi aveva trasmesso nel suo “Il giorno della Civetta”?
Il
problema è che io, “Conversazione in Sicilia” alla fine, l’ho letto dopo il
viaggio, e quindi non è stata la mia personale anticipazione di ciò che avrei
visto, ma il racconto di quello che solo in parte avevo assaggiato e che nei
prossimi viaggi, giù in Trinacria, vorrei vedere. Come sempre non racconterò
nulla del libro né di personaggi né di fatti, ma scrivo di un treno che viaggia
lento da Messina a Siracusa e attraversa la costa est, con il mare alla sua
sinistra e l’enorme massa dell’Etna alla sua destra.
Un treno pieno di uomini
ed ogni uomo rappresenta un personaggio tipico della sua terra, come potrebbe
essere però un personaggio tipico della nazione intera, come in definitiva,
potrebbe essere ognuno di noi, dipinto a tratti leggeri sul quel treno. E poi,
il capolinea a Siracusa e il cambio di treno, una linea secondaria, interna,
che lenta si arrampica verso le montagne del centro dell’Isola, tra fichi d’india
e fantasmi di ragazzi che alzano la mano e salutano, apparsi dal nulla e dal
nulla inghiottiti, per sempre. Un altro capolinea e un altro viaggio, stavolta
a piedi, attraverso il passato che ritorna, che piano piano riemerge, passo
dopo passo, tra una madre che racconta al protagonista della sua infanzia e un
paese intero che racconta se stesso: tra malaria, soldati che partono per la
guerra, neve sulle montagne e notti con cieli illuminati da milioni di stelle,
il socialismo che resta un’utopia, il fascismo, i cimiteri con i fantasmi, il
vino che tutto fa dimenticare, la fame, la sete, il tradimento e l’onore, le
vecchie e le giovani sul capezzale che succhiano lumache dal guscio, il cinese
che solitario vende mercanzia che nessuno comprerà, la multa per un carrettino
da arrotino lasciato di fronte ad una bottega, il freddo intenso sulla nave d’inverno,
le arance, il monumento ai caduti.
Vittorini racconta la Sicilia del 1941, ma è
come se in Sicilia nemmeno ci fosse, perché in realtà racconta come un uomo
vivesse quel 1941, come lo sentisse un intellettuale, che vagava per la sua
terra senza più speranza per il futuro non solo suo ma dell’umanità intera. Non
sarà la Sicilia del 2014 né tanto meno lo specchio dell’Italia odierna, ma in
fondo, dalla realtà di oggi non è poi tanto lontano, perché se oggi il nostro
senso di vuoto non viene più dalla carneficina della guerra o dal buio dei totalitarismi,
questo senso di vuoto è rimasto intatto in noi, vivo, e paradossalmente, si è fatto
più forte, perché oggi non sappiamo più da cosa stiamo scappando, perché oggi non
sappiamo più a cosa aggrapparci, in attesa che la luce fuori dal lungo tunnel
si faccia più vicina. Capolinea.
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martedì 25 marzo 2014
Chi t'è mmuort e chi t'è stramuort
Come spesso accade, ho letto un libro su
suggerimento di qualcuno. Come raramente accade, ho letto un libro su
suggerimento di qualcuno morto. Nell’ultimo post scritto, ho parlato di Bruce Chatwin e delle sue lettere indirizzate a parenti e conoscenti sparsi per il
globo. Ebbene, in una di queste, citava “La ballata del caffè triste” di Carson
McCullers, tessendone le lodi e indicandolo come uno dei racconti più belli mai
letti. Segnatomi il titolo su un foglietto, in attesa di trovare il racconto in
qualche bancarella di libri usati, il destino ha invece voluto che il suddetto
libro lo trovassi in casa, esattamente in un grande scatolone accatastato in un
angolo della cantina. Immaginate lo stupore quando, cercando un vecchio libro
dell’università tra i tanti ammucchiati a prender polvere, mi sono ritrovato
tra le mani proprio “La ballata”, per altro in una vecchia ed odorosa edizione della Bur, con tanto di copertina con caffè parigino di inizio novecento. A quel
punto, visto che anche il destino (oltre che il morto) mi indicava la via per il romanzo, l’ho letto, scoprendo, con grande meraviglia, che la signora Carson ci
sapeva fare e complimenti anche alla traduttrice, visto che ci siamo.
La storia è ambientata in un paesino del profondo sud statunitense, più o meno negli anni 30, in una cittadina abbandonata da Dio, in cui l’unica attività per la gente era quella di lavorare alla filanda, spazzare l’ingresso di casa dalla polvere e distruggersi il fegato di alcool distillato. In questo ambientino, la scrittrice lancia come dadi su un tabellone, tre personaggi strambi: un donnone proprietaria di un emporio che trasforma in un bar, un gobbo cugino della donnona che arriva vestito di stracci e diventa il re del villaggio e l’ex marito della donnona, appena uscito di galera. La scrittrice lancia i dadi, poi quello che succede succede, si dirà. E difatti la storia è originale, quasi accostabile al nonsense, sempre in bilico tra un palcoscenico che sembra immobile e destinato all'oblio e strambi attori, che invece si muovono eccome e danno colore alla loro esistenza come a quella dell’intero paese, anche se in realtà, restano sempre fermi nello stesso posto. Nessun eroe, nessun personaggio in cui identificarsi, nessun riscatto sociale né lieto fine che salvi il mondo ma un romanzetto da leggere tutto d’un fiato, perdendosi nella fantasia a ricostruire i personaggi con le fattezze più strane che si può.
Maneggiare con cautela però, sempre accompagnati da un sorso di grappa o di whisky perché no, quel tanto che basta per annebbiarvi un po’ e farvi credere davvero che sia stato un morto a suggerirvi quel libro, e quello stesso morto a farvelo trovare. L’eterno riposo dona a loro o Signore e splenda per essi la luce perpetua. Così possono leggere anche di notte.
La storia è ambientata in un paesino del profondo sud statunitense, più o meno negli anni 30, in una cittadina abbandonata da Dio, in cui l’unica attività per la gente era quella di lavorare alla filanda, spazzare l’ingresso di casa dalla polvere e distruggersi il fegato di alcool distillato. In questo ambientino, la scrittrice lancia come dadi su un tabellone, tre personaggi strambi: un donnone proprietaria di un emporio che trasforma in un bar, un gobbo cugino della donnona che arriva vestito di stracci e diventa il re del villaggio e l’ex marito della donnona, appena uscito di galera. La scrittrice lancia i dadi, poi quello che succede succede, si dirà. E difatti la storia è originale, quasi accostabile al nonsense, sempre in bilico tra un palcoscenico che sembra immobile e destinato all'oblio e strambi attori, che invece si muovono eccome e danno colore alla loro esistenza come a quella dell’intero paese, anche se in realtà, restano sempre fermi nello stesso posto. Nessun eroe, nessun personaggio in cui identificarsi, nessun riscatto sociale né lieto fine che salvi il mondo ma un romanzetto da leggere tutto d’un fiato, perdendosi nella fantasia a ricostruire i personaggi con le fattezze più strane che si può.
Maneggiare con cautela però, sempre accompagnati da un sorso di grappa o di whisky perché no, quel tanto che basta per annebbiarvi un po’ e farvi credere davvero che sia stato un morto a suggerirvi quel libro, e quello stesso morto a farvelo trovare. L’eterno riposo dona a loro o Signore e splenda per essi la luce perpetua. Così possono leggere anche di notte.
mercoledì 19 marzo 2014
Vorrei essere te. Morte tra atroci sofferenze esclusa.
Quante volte vi sarà capitato di passeggiare in libreria e
di notare un libro che vi rapisse, per la copertina o magari per il titolo. Tornare
nella libreria, o in un’altra, una, due, tre volte, e ritrovare sempre lo
stesso volume. Stavolta lo compro. No, facciamo la prossima. Gira che ti rigira
il libro lo compri e nonostante sul tuo comodino ci sia una colonna di libri da
leggere che aspetta pazientemente da mesi di essere domata, tu decidi che quello
che comincerai stasera, il prescelto, sarà proprio quello che hai appena
comprato, con buona pace di un “Il richiamo della foresta” che scalpita in cima
alla colonna da mesi. Questo è stato per me “L’alternativa nomade” di Bruce
Chatwin, copertina con foto da urlo (il protagonista in impermeabilone da barca
a vela), titolo accattivante, editore tra i migliori e prime due righe della
sovracoperta da leccarsi i baffi: “Perché divento irrequieto dopo un mese nello
stesso posto , insopportabile dopo due?”. Ma l’alternativa nomade non è un
libro, nemmeno una biografia, è una raccolta di lettere, redatte dallo
scrittore Bruce Chatwin, nell’arco di una vita intera e indirizzate ai più
svariati amici, nonché ad Elizabeth la moglie e ai genitori (sia di lui che di
lei). Dalle prime letterine che mandava a casa dalla scuola (meno di dieci
anni), fino alle ultime, dettate in punto di morte, quando l’HIV ne aveva ormai
fiaccato il fisico (ma non lo spirito).
Leggere le sue lettere, prima di
leggere le sue opere, è come quando al liceo si studia la vita dei grandi
autori, prima di leggerne le opere. Prendiamo Leopardi ad esempio: sappiamo
della sua vita triste chiuso tra le mura di Recanati, poi delle sue fughe e poi
dei suoi viaggi tra Roma e Napoli. A quel punto leggere le sue poesie da modo
di capirle meglio perché si da un senso diverso alle parole sapendo cosa c’è
dietro, non solo dal punto di vista dell’analisi delle metafore ma del periodo
in cui sono state scritte e cosa stesse vivendo davvero in quel momento l’autore.
E’ così che nelle lettere di Chatwin si vedono nascere pian piano le idee sui
libri che poi scriverà nel corso degli anni, le sue speranze, i suoi progetti, gli
incontri casuali che riporterà nelle opere, i commenti degli amici e la sua
insoddisfazione o orgoglio per quel che ha prodotto.
Non saprò mai se leggendo
prima i suoi libri e poi questa raccolta, sarebbe stato il modo migliore per
apprezzare ancor di più questo libro, ma so che leggendo questo, la voglia di
comprare e leggere i libri restanti c’è eccome. Nell’attesa di approfondire i
testi però, si rimane affascinati dalla vita dello scrittore, che finché il
fisico glielo ha permesso ha viaggiato in mezzo mondo, non limitandosi solo a
guardare ma osservando i luoghi e le persone, mischiandocisi, nel disperato e
sempre pressante tentativo di conoscere gli altri per conoscere se stesso. Come
si fa a non trovare terribilmente simpatico uno che ha passato la vita a
viaggiare e scrivere libri? Uno che mille cose pensava e mille faceva,
che sognava di avere una casa in ogni nazione, che odiava gli inverni della sua
Inghilterra e sognava primavere nel Mediterraneo, escursioni sull’Himalaya e
passeggiate nei silenzi della Patagonia? Tra le tante parole che compongono le
centinaia di lettere riportate, c’è una frase che più tra tutte mi ha colpito e
che spiega, forse, il motivo per cui una persona che ha viaggiato così tanto e
visto così tante cose, in fondo ha scritto solo cinque libri: “Spero che il
soggetto per il nuovo libro cominci a germinare, ma per ora al riguardo sento
il vuoto totale. Con tutti questi libri improvvisati che girano, io non credo proprio
in una scrittura che non sia necessaria”.
Se mai mi iscrivessi a Lettere e Filosofia, un giorno, saprei già su chi fare la tesi.
sabato 15 febbraio 2014
I just came to say: Rimbaud
Ormai lo avrete capito. Io nei miei articoli del blog non
racconto mai la trama del libro. Al massimo, l’accenno. E comunque non entro
mai nei particolari. Nel caso di “Nove
gradi di libertà” di David Mitchell
poi, il compito è reso ancora più facile dal fatto che non è un romanzo, ma una
raccolta di nove piccole storie. E che volete, che vi racconti la trama di nove
storie? L’idea di Mitchell è carina (anche se non è stato certamente il primo
ad inventarla): nove storie, ognuna ambientata e vissuta in posti diversi da
personaggi diversi, legate però tra loro da un particolare, un episodio, un
personaggio, che in una storia può essere protagonista mentre in un’altra
diventa solo comparsa di un minuto.
Sapete poi, che oltre a raccontare poco della trama, solitamente non faccio mai eccessive critiche, anche perché parlo solo libri che mi sono piaciuti, quindi cosa avrei da criticare? Eppure, nonostante nel complesso, quello di Mitchell sia un bel libro, devo dire che, (caso rarissimo visto che di solito è il contrario) ha il difetto di partire bene ma finire male, non come la commedia greca, ma nel senso che tre/quarti dei racconti sono molto belli e coinvolgenti, mentre gli ultimi si perdono un po’ e danno l’idea di ripetersi troppo e di sfiorare eccessivamente il surreale.
Ma lo ripeto (avrò usato troppe volte la parola “ripeto”?), qui lo dico e qui lo nego, “Nove gradi di libertà” è un libro che consiglio, perché anche se non sono un fan del genere (tanti racconti in un solo testo), non pesa il fatto di leggere venti pagine di un racconto e poi dover ricominciare con un altro, anzi, è curioso e stuzzicante andare a scoprire quando, nel racconto successivo, saranno citati eventi o personaggi di quello precedente che però, nel racconto suddetto, non avranno alcuna influenza e saranno come foglie portate dal vento, che restano qualche secondo sulla strada finché il vento se le riporta via. E poi, visto che siamo in tema di eventi casuali e scherzi del destino, in uno dei racconti (ambientato a Londra), il personaggio principale si chiama Marco e quindi può non essermi simpatico il caro Mitchell?
Per la
cronaca Marco è un latin lover di donne mature (possibilmente sposate) che vive
sopra un pub e di mestiere fa il ghost-writer, guadagnando abbastanza per sopravvivere
tre settimane al mese e poi morire di fame l’ultima. E’ o non è il sogno di
ogni aspirante scrittore maledetto del XXI secolo? Assenzio, vieni a me.
Sapete poi, che oltre a raccontare poco della trama, solitamente non faccio mai eccessive critiche, anche perché parlo solo libri che mi sono piaciuti, quindi cosa avrei da criticare? Eppure, nonostante nel complesso, quello di Mitchell sia un bel libro, devo dire che, (caso rarissimo visto che di solito è il contrario) ha il difetto di partire bene ma finire male, non come la commedia greca, ma nel senso che tre/quarti dei racconti sono molto belli e coinvolgenti, mentre gli ultimi si perdono un po’ e danno l’idea di ripetersi troppo e di sfiorare eccessivamente il surreale.
Ma lo ripeto (avrò usato troppe volte la parola “ripeto”?), qui lo dico e qui lo nego, “Nove gradi di libertà” è un libro che consiglio, perché anche se non sono un fan del genere (tanti racconti in un solo testo), non pesa il fatto di leggere venti pagine di un racconto e poi dover ricominciare con un altro, anzi, è curioso e stuzzicante andare a scoprire quando, nel racconto successivo, saranno citati eventi o personaggi di quello precedente che però, nel racconto suddetto, non avranno alcuna influenza e saranno come foglie portate dal vento, che restano qualche secondo sulla strada finché il vento se le riporta via. E poi, visto che siamo in tema di eventi casuali e scherzi del destino, in uno dei racconti (ambientato a Londra), il personaggio principale si chiama Marco e quindi può non essermi simpatico il caro Mitchell?
Per la
cronaca Marco è un latin lover di donne mature (possibilmente sposate) che vive
sopra un pub e di mestiere fa il ghost-writer, guadagnando abbastanza per sopravvivere
tre settimane al mese e poi morire di fame l’ultima. E’ o non è il sogno di
ogni aspirante scrittore maledetto del XXI secolo? Assenzio, vieni a me. martedì 11 febbraio 2014
La qualità mi fa male, lo so.
Nella scelta di un libro nuovo da leggere, di solito, mi
faccio sempre guidare dal titolo. Difficilmente mi baso sul nome dell’autore e
ancora di meno sulla casa editrice. Eppure, a ben pensare, c’è una casa
editrice che adoro e i cui titoli in catalogo riescono spesso ad attirare la
mia attenzione. Sto parlando della Adelphi Edizioni. I libri Adelphi, in sé,
oltre ad essere mediamente interessanti, sono anche fisicamente belli, perché
la copertina è liscia, le pagine porose, i caratteri eleganti e tenerli in
mano, accarezzarli, dà la sensazione di leggere un qualcosa di prezioso. Ancora
una volta Adelphi non mi ha tradito perché l’ultimo libro che mi ha offerto è
stato “Lo zen e l’arte della manutenzione della motocicletta” di Robert M. Pirsig. Non sarà facile
raccontare questo libro perché al di la della trama in sé, trasmette sensazioni
ed emozioni di difficile interpretazione e di ancor più di difficile capacità
di spiegazione. Per sommi capi si tratta di un racconto autobiografico, in cui
il padre/autore intraprende un viaggio in moto con il figlio e nel corso di
questo viaggio, analizza se stesso e il suo passato, attraverso una serie di
flashback che crede di aver sentito raccontanti dalla voce di un’altra persona
ma che in realtà sono suoi ricordi. Un po’ complicato vero? Ci sta, anche
perché è solo andando avanti nelle pagine che si capiscono certe cose e che la
verità sul passato del protagonista viene fuori. Nel frattempo, l’autore filosofeggia
intorno ad una sua teoria sulla qualità con cui le cose andrebbero fatte e nel corso del testo cerca di
dare una base alla sua tesi, raccontando nel frattempo la storia della
filosofia greca, vista dal suo punto di vista. Anche questo è un po’ complicato
da raccontare però.
Attenzione: il libro di per sé non è eccessivamente pesante
ma certamente, non può essere definito un romanzetto da leggere a letto la sera
se lo si vuole apprezzare nelle sue tante sfumature. Ogni termine ha il suo
significato solo se inserito in un contesto e ogni pagina necessita di assoluta
concentrazione in quello che si legge, pena, l’idea di non aver letto nulla e
di aver solo assaporato e poi perduto, qualcosa di valore. Non imparerete ad
aggiustare una motocicletta ma di certo, scoprirete l’arte di leggere un libro
pagina per pagina, parola per parola, consci che potrebbe essere un testo che
vi illumini il cammino con la sua idea di fondo, come potrebbe annoiarvi già
dalle prime battute e risultare più astruso di un libretto d’istruzioni in polacco.
Ma certo è, nel caso fosse la via dell’illuminazione a colpirvi, sarà un
piacere scoprirvi capaci di leggere un libro di filosofia, quasi riuscendo a
capirlo, senza il filtro di un libro di scuola o di un professore che ci metta
un mese solo per dirvi che Descartes e Cartesio solo la stessa persona.
Scoprirete
la verità sui sofisti e su Aristotele, cosa significhi la parola giapponese “mu” e l’universo che essa rappresenta, la grande idea di fondo del pensiero hippy e l’abbruttimento
dell’umanità quando si chiude in una macchina e si ritrova incolonnata nel
traffico mentre dal lato opposto della strada un tizio in moto sfreccia via,
lontano da me, lontano da voi, lontano dal mondo, alla ricerca di risposte a domande che non conosce nemmeno lui.
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giovedì 16 gennaio 2014
I want to be a part of it
Ho letto la biografia di Agassi quasi per caso.
Nell’introduzione, il tennista ringraziava un certo J.R. Moehringer per averlo aiutato a scrivere il libro e gli
confessava che il suo di libro (quello di J.R.) lo aveva commosso talmente
tanto, da spingerlo a chiedere proprio a lui l’aiuto per la biografia a quattro mani. Non
capita tutti i giorni di leggere una dichiarazione d’amore del genere, tant’è
che, la prima volta che ho visto il libro di Moehringer tra i ripiani di
Feltrinelli, ho deciso che dovevo leggerlo. “I bar delle grandi speranze”, questo è il titolo, è a sua volta la
biografia dell’autore (il suddetto J.R.), né più né meno come quella di Agassi,
con l’unica differenza che il secondo giocava a tennis mentre il primo era un
alcolista e scrittore fallito. Sul retro della copertina, nell’edizione della
Piemme, è citata una frase di Alessandro Baricco (non proprio l’ultimo arrivato):
“J.R. Moehringer, obbiettivamente, è di
una bravura mostruosa”. Mai giudizio fu più azzeccato. “Il bar delle grandi
speranze” è un libro delizioso, ma più del libro in sé, con la trama, è
deliziosa la scrittura di J.R. , il flusso di pensieri che trapianta al sé
stesso protagonista e quasi cinquecento pagine che volano via come un niente,
come via, volano quasi vent’anni di vita raccontata tra le righe.
Il libro è
come un immenso oceano, in cui parole e nomi e immagini e suoni, si susseguono
armoniche, e armonico è l’autore che capitano della sua nave, solca le acque e
ci guida leggeri attraverso la storia, senza che una pagina, neanche una
singola pagina, risulti al posto sbagliato, susciti perplessità o noia. Ma
quello che più di tutti affascina, è che nel libro, ci sono decine di
personaggi, tutti descritti con cura ma mai né troppo ingombranti né troppo
marginali. Decine di nomi ma nessuno che si possa dimenticare la pagina
successiva, perché ognuno ha un’anima e J.R è bravo a dargli anche un corpo e a
non farlo disperdere nel limbo degli eventi.
Se penso a quanti capolavori della
letteratura russa siano farciti di decine di nomi e personaggi che si perdono
nel vuoto dopo poche righe: quanti sforzi per cercare di imparare i nomi e
immaginare nella mente il profilo di un qualsivoglia maresciallo, che dopo due
battute cambia strada e mai più rincontra quella del protagonista. “Il bar
delle grandi speranze”, la cui trama non ho alcuna intenzione di svelare,
potrebbe coinvolgervi per un mese, letto a piccoli morsi, o per due giorni,
divorato nell’impeto di una curiosità che ti spinge avidamente a voltare pagina
e cominciare un nuovo capitolo. Anche se ti si chiudono gli occhi, anche se domani
devi alzarti presto, anche se vorresti gustarlo con più calma, anche se vorresti
fermarti a pensare alle similitudini della tua vita e quella di J.R. , perso,
come te, nell’analisi dei suoi limiti e dei suoi piccoli successi personali. C’est
la vie.
Ubicazione:
Manhasset, New York, Stati Uniti
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